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Ambrogio nacque nel 340 a Treviri da una famiglia aristocratica e, giunto a Roma, intraprese la carriera politica che in poco tempo lo portò ad essere governatore di tutto il Nord Italia.
Quando morì il vescovo di Milano Aussenzio riuscì a placare alcuni tumulti tra ariani e ortodossi tanto che i milanesi lo vollero come vescovo. Lo divenne ufficialmente ne 374.
Ambrogio fu educato alla cultura classica e, diventato vescovo, si dedicò alla lettura delle Sacre Scritture e dei testi degli esegeti greci della Bibbia.
Numerose furono le battaglie che combattè contro il potere politico, tra queste troviamo quella che lo vide in contrasto con Simmaco per la rimozione dell’altare della Vittoria nella curia, o quella che lo oppoe all’imperatore Teodosio da lui obbligato a una pubblica penitenza dopo la strage di Tessalonica.
La ricca produzione letteraria di Ambrogio si può dividere in tre ambiti: quello esegetico-teologico, quello della trattatistica morale e quello poetico.

Ambrogio è ricordato come uno dei più fervidi e dotti esegeti delle Sacre Scritture: egli si avvalse della conoscenza dell’attività esegetica dei maggiori esponenti della cultura cristiana di lingua greca dai quali apprese l’interpretazione allegorica della Bibbia.
Ambrogio nelle sue opere esegetiche, che sovente nascevano come omelie, non mancava mai di cercare nei testi sacri un senso morale.
Particolarmente famosi sono i commenti ai Salmi, ma il capolavoro di Ambrogio esegeta è considerato l’Hexameron. Esso si configura come un commento al libro della Genesi, costituito da alcune omelie scritte per la settimana santa. Il titolo, che tradotto significa “Commento sui sei giorni” allude infatti alla creazione del mondo, riprendendo l’Hexameron del greco Basilio di Cesarea.
Il testo ambrosiano mostra anche il commosso entusiasmo cristiano per le meraviglie dell’universo create da Dio e la raffinata cultura classica dello stesso autore.

La trattatistica morale di Ambrogio riserva grande attenzione a temi come la verginità e l’etica matrimoniale. Il De virginibus (Le vergini) dedicato alla sorella Marcellina che si era fatta suora, è un’occasione per esaltare il valore positivo della verginità e della castità, quest’ultimo atteggiamento viene raccomandato anche a chi vive lo stato di vedovanza nel De viduis (I vedovi).
Nel trattare questi argomenti Ambrogio evita i toni eccessivamente duri ed è ben lontano dal rigorismo misogino di Tertulliano e da posizioni ascetiche del contemporaneo Gerolamo.
Di grande rilievo è il De officiis ministrorum (I doveri dei sacerdoti) scritto in tre libri a imitazione del De officiis ciceroniano, anche nella ripartizione della materia, poiché si parla dell’honestum e dell’utile e del rapporto dei due alla luce dell’etica cristiana.

La diffusione del canto corale fu promossa proprio dal vescovo Ambrogio in occasione della settimana santa del 386: immediata fu la fortuna dei cosiddetti inni ambrosiani dei quali ne consideriamo autentici solo quattro: Aeterne rerum conditor, Iam surgit hora tertia, Deus creator omnium e Veni redemptor gentium.
Si tratta di testi ricchi di allusioni bibliche la cui forma semplice è accompagnata da una musicalità adatta alla memorizzazione: versi brevi e leggeri ma carichi di ritmo come i dimetri giambici.
Gli inni venivano usati in funzione liturgica durante le preghiere o durante la celebrazione delle festività.
In essi vi era anche la ripetizione di alcuni importanti concetti religiosi e un’importante finalità didattica.

La prosa di Ambrogio è stilisticamente curata e mostra la solida cultura classica del vescovo. Per quanto concerne la lingua il lessico tradizionale si sposa con numerosi neologismi. Il vertice dell’arte ambrosiana è però la poesia, semplice e ricca di immagini simboliche.

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