Mongo95 di Mongo95
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Fase compresa tra il 397 e la morte nel 430, avviene una svolta intorno al tema della grazia, con una rinuncia totale alla possibilità di far coincidere l’essenziale della vita religiosa con la pratica della filosofia.
Si passa ad affermare che la felicità non è più una “cosa” concretamente attingibile qui e ora (res), ma una speranza (spes). Ma chi spera di essere felice, evidentemente non è ancora felice. Nella nostra condizione mortale, la vita beata è irrealizzabile, perché la felicità richiede che si possa vivere come si desidera e si possa avere ciò che si vuole, ma ciò non può accadere mai.
L’ideale filosofico diventa a questo punto pura presunzione: vivere come si vuole per merito della propria virtù. Il limite della filosofia è di proporre un ideale impossibile, illusorio e ingannevole, cioè che è possibile raggiungere la felicità in questa vita attraverso l’esercizio della virtù. La filosofia non libera proprio nessuno: è improduttiva, non in quanto dottrina, ma proprio in quanto pratica. Per esempio, ci si impegna a non volere ciò che non si potrà avere. Ma questa è una presunzione, di vivere come si vuole perché si sopporta volontariamente, con pazienza, quei mali e quelle sventure che tuttavia non si vorrebbero dover affrontare. In realtà l’ideale della vita filosofica non è nel conseguimento della felicità, ma nell’accettazione paziente della propria ineluttabile infelicità.

Se qualcuno è veramente felice, è tale soltanto perché può realizzare ciò che vuole: ma questa condizione non è propria di questa vita mortale, si realizzerà solo nell’immortalità. Non è più la virtù a poter assicurare la salvezza e dunque la felicità, perché nessuno è felice se non è salvo.

Si pone l’accento sull’ostacolo della corporeità nella condizione mortale. Il corpo in sé non è la vera ragione dell’impossibilità di ottenere l’infelicità. Il corpo è un ostacolo solo perché è corruttibile, mutevole e mortale, ed è tale in conseguenza del peccato. Il peccato originale –commesso dal primo uomo e trasmessosi attraverso la generazione biologica all’intera umanità- ha come conseguenza che l’uomo ha perso l’immortalità che lo avrebbe reso felice: il corpo è diventato un peso e un impedimento. Prima del peccato l’uomo disponeva della libertà relativa di poter non peccare, adesso si trova nella costrizione di non poter non peccare. Solo coloro che saranno salvi, quando saranno salvi, riacquisteranno, insieme a un corpo incorruttibile, la libertà piena come capacità di non poter peccare. Il ruolo della grazia divina è l’unica possibilità di sottrarsi allo stato dell’uomo.
Si tratta poi anche di allontanare anche il solo sospetto che Dio possa agire ingiustamente nella concessione della misericordia. Ci si fonda sulla prescienza: Dio può prevedere, dall’eternità, il modo in cui gli uomini si comporteranno nel tempo, e regolarsi di conseguenza, ma in anticipo. Non è una prescienza della opere, che sono da considerare come un effetto dell’amore che riceviamo per grazia e non come il motivo dell’elezione o scelta. Dio decide di premiare coloro che crederanno in Lui: è la fede che Dio sceglie nella prescienza. Agostino si trova ad affrontare tre esigenze:

i. Mantenere l’assoluta gratuità della grazia --> le opere sono meritorie solo in quanto provengono dalla grazia, non ne sono la ragione
ii. Scongiurare l’ipotesi di una possibile ingiustizia da parte di Dio --> un possibile motivo della scelta divina è da collocarsi nella condotta umana
iii. Conservare un ruolo importante al libero arbitrio --> l’uomo sceglie di prima istanza se aderire o meno alla chiamata per grazia.

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