Mongo95 di Mongo95
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La questione della “doppia verità”, il cui maggior esponente è Averroè. Il Vero non contrasta con il Vero, cioè religione e filosofia affermano le stesse verità. Ci sono però delle problematiche:
La religione dice che il mondo è creato, la filosofia che è eterno. La religione dice che il Paradiso è un giardino rigoglioso, la filosofia che il godimento dell’aldilà è spirituale. La religione dice che al momento della resurrezione risorgeranno anche i corpi, la filosofia invece scinde corpo da anima. Come è quindi possibile che filosofia e religione portino la stessa verità?
Il principio generale è che la verità è unica, però è predicata in modo linguisticamente diverso. Non tanto nel diverso significato delle parole, ma nel sottile rapporto che esiste tra linguaggio e metafora. Ci sono parole che indicano quello che vogliono indicare, mentre altre indicano aspetti metaforici. Il linguaggio usato a due livelli differenti, realistico e metaforico, il tutto secondo le regole della metafora in lingua araba.

Il problema religione-filosofia viene quindi risolto attraverso la stratificazione linguistica: l’oggetto di cui si parla è sempre lo stesso, ma predicato in maniera differente.
Il linguaggio realistico è proprio della gente comune, del volgo. Il linguaggio metaforico invece esprime la verità vera, quindi è proprio del filosofo. Dio è una verità unica, ma viene figurato o come uomo dotato di grandi poteri seduto su un trono (linguaggio realistico) oppure come puro spirito e attributi della sua essenza (linguaggio metaforico).
Se ne traggono delle conseguenze:
1. Implicazione ontologica: l’Essere, per quanto viene compreso, è linguaggio. Ciò non significa che l’Essere è linguaggio, ma che si traduce la dimensione ontologica sul piano della comunicazione linguistica.
2. Implicazione antropologico-socio-epistemologica: la conoscenza degli uomini è proporzionale alle loro capacità. Non sono tutti uguali, ci sono quelli capaci di discernere e quelli che non ci riusciranno mai. Colti e incolti. Ma Averroè non è essenzialista: anche il contadino ignorante, se si educa, può diventare filosofo. In caso contrario però rimane ad un livello inferiore.
Esiste allora una gerarchia sociale. In modo platonizzante, Averroè sostiene che i filosofi non solo hanno il diritto, ma il dovere di governare. È da notare che il filosofo era un intellettuale che lavorava per la dinastia degli Almohadi. Non dice però che essi debbano essere abbattuti, ma dovrebbero loro stessi istruirsi e divenire filosofi. Dato che però non lo fanno, ci sono i filosofi ad aiutarli a governare. È un progetto politico di riforma che porta ad un governo ideale musulmano gestito dai filosofi o secondo principi filosofici. Una crasi tra Islam e filosofia, un governo retto perché si basa proprio su questa fusione.

Non c’è però risposta definitiva alla questione della verità unica o duplice. Il ragionamento di Averroè non giunge a delle conclusioni, ma più che altro ad una “pericolosa” conseguenza: il filosofo può fare a meno della religione, visto che la verità vera è la sua. Si pone un omaggio formale alla religione, ma se ne può fare a meno. Questo è il fondamento della “miscredenza averroista”, che è però un paradosso: Averroè era tutt’altro che miscredente, ma un musulmano assolutamente sincero. È la dottrina applicata dai suoi seguaci a divenire miscredente. Si ha un’immagine posteriore dell’Averroè ateo.

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