Mongo95 di Mongo95
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Uno dei pensatori più originali, che ha lasciato un’impronta fondamentale nel pensiero sciita, è Shari'ati. Persiano (n. 1933) di famiglia di media levatura sociale, religiosa sciita ma non ortodossa e tradizionalista, fin da giovane partecipa alle lotte politiche in Iran, negli anni della corrente nazionalista e autonomista che sfida la Gran Bretagna e l’autocratismo e la laicità dello scià. Per il dottorato in Sociologia si sposta alla Sorbona a Parigi. Qui entra in contatto con la sinistra europea: Sartre, Fanon (pschichiatra rivoluzionario), Massignon (cattolico studioso dell’Islam). Shari’ati matura un singolare misto di marxismo, sinistrismo e misticismo: lo studio dei grandi sufi coniugato alla tradizione sociologica di impronta marxista occidentale.
Tornato in Iran comincia attività accademica, diventando una sorta di predicatore: tiene lezioni affollatissime. È un feroce critico del regime dei Pahlevi, e viene più volte arrestato e torturato. Organizzata la fuga a Londra, muore nella sua camera d’albergo in modo misterioso (1977).

Non è mai stato uno scrittore sistematico, quindi il grosso della sua produzione ci è giunto come trascrizione delle sue lezioni.
Opera una netta netta distinzione tra quelli che chiama:
1. Sciismo rosso: lo sciismo dei grandi imam, soprattutto di ‘Ali e Husayn. Loro sono i martiri per eccellenza, perché volontariamente si sono sacrificati per la giustizia. Lo sciismo “rivoluzionario” quindi, a favore degli oppressi, dei mustad’afun.
2. Sciismo nero: lo sciismo “clericale”, quello dei mullah, servi del potere
La religione, e l’Islam in particolare, non può limitarsi a essere mera cultura. L’Islam è innanzitutto prassi, comportamento e azione, anche se tale dimensione pratica è ovviamente supportata da una base teorica. In tal senso è necessario recuperare il significato del’Islam come ideologia, che in quanto tale è rivoluzionario. Shari’ati lamenta che quello che era stato il messaggio di rivoluzione e di cambiamento di ‘Ali si era istituzionalizzato nello sciismo nero degli ayatollah, che sono divenuti sostenitori dei regimi dittatoriali. Da un punto di vista storico, questo pensiero si riflette nella Persia, che era sempre stata sunnita. Diventa poi sciita quando vanno al potere i Safavidi nel 1501. Questa dinastia trova alleanza con i mullah, il “clero”, all’interno del quale c’erano due tendenze dominanti:
a. Akhbari: ‘ulema tradizionalisti che si basano sugli akhbar, le tradizioni del Profeta e degli imam
b. Usuli: ‘ulema razionalisti che fanno riferimento al ijtihad, cioè all’esercizio razionale di interpretazione delle fonti.
La storia religiosa istituzionale della Persia è per secoli rappresentata dal confronto tra queste due correnti. La “vittoria” sarà poi dei secondi, a cui si affianca Khomeini, in una tradizione apparentemente “progressista”.

Stabilita la differenziazione dello sciismo, Shari’ati fa una serie di proposte, che si basano su dei precisi presupposti teorici, con lo scopo di riattivare lo sciismo rosso per lottare a favore dei mustad’afun:
1. Le religioni monoteiste abramitiche sono religioni rivoluzionarie, mentre le altre no. Per esempio: Buddha era un principe, prima di dedicarsi alla mistica ha governato compromettendosi con il potere. Confucio ha messo la sua scienza al servizio degli imperatori.
I Profeti monoteisti invece sono stati dei rivoluzionari: Mosè ha combattuto il Faraone, Cristo i Romani e i farisei, Muhammad i Quraysh. Il monoteismo è caratterizzato dalla rivoluzione, la profezia del tawhid è il veicolo della rivoluzione, un momento di liberazione. Dio è eguaglianza e libertà. Perché allora l’Islam e non il Cristianesimo?
2. L’Islam è la religione delle masse (al-nas, il popolo), è l’unico credo che fa del loro benessere lo scopo della sua lotta politica. L’Islam ha prima di ogni cosa il merito di essere la prima religione, anzi, la “prima scuola di pensiero sociale”, a riconoscere nelle masse il fattore fondamentale e cosciente dell’evoluzione della storia e della società.
3. La lotta politica dell’Islam contro gli oppressori ha tra le sue armi il martirio, la shahada. Esso ha maggior valore del jihad, poiché costituisce l’arma più affilata per mezzo della quale scegliere la verità al posto della menzogna e della servitù. La shahada non è un atto di guerra, ma la dimostrazione di un segno divino universale: combattente del jihad è scelto dalla morte, mentre il martire, il shahid, sceglie la morte.

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