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Gregorio di Nissa - Ontologia personalis


Nel formare la dottrina sulla natura dell'uomo, i Padri non hanno fatto ricorso alla filosofia aristotelica, che considera l'uomo una "natura chiusa in se stessa’ alla quale si aggiunge come "fine" ulteriore il soprannacurale, ma alla teoria platonica, cercando di individuare la vera natura dell'uomo a partire da questo fine. Per Gregorio, la vera natura dell'uomo non è quella decaduta (à tuniche di pelle) né quella prirnigenia, ma la primigenia nella sua dinamicità: in ciò che deve tendere a divenire. In tal modo, l'assioma platonico che riconosce all'uomo la capacità di conoscere Dio infinito nella pienezza del suo essere resta in qualche modo condiviso. Peraltro, poiché in Gregorio la conoscenza di Dio consiste nell’esperienza che l’uomo ha nel suo amalgamarsi con la Grazia increata, la persona non vede nella sua essenziale alterità rispetto a Dio un limite: mediante la Grazia, la persona può partecipare a tutto ciò che Dio è nella semplicità della sua increata infinità. Trattasi di una partecipazione dinamica da realizzare all'infinito giacché Dio è infinito. Sicché, la conoscenza che si ha di Dio non coincidera mai con la conoscenza che Dio ha del Tutto. Per "persona", quindi, s'intende "l'apertura" che, in virtù della Grazia, possiede l’uomo e può condurre ad una piena partecipazione ai beni di Dio. In tal modo, la persona creata non è una specie di "divinità limitata" ma un "essere essenzialmente deificabile" (ζῶον θεούμενον): "Dio ha creato le nature razionali perché la ricchezza dei beni divini non rimanesse inoperosa. I ricettacoli delle anime sono stati fabbricati dalla Sapienza che ha formato l'universo come vasi provvisti di libero arbitrio, affinché vi fosse qualcosa capace di ricevere i beni, qualcosa in grado di diventare sempre più grande man mano che ciò che vi è versato subisce delle aggiunte". Del Nisseno, il mondo occidentale conobbe per lungo tempo solo il De op. hom., nella traduzione latina di Dionigi il Piccolo (Scozia, 500 - Roma 555) (PL 67, 345). Una seconda traduzione del De op. hom. è stata fatta da Giovanni Scoto Eriugena (810 ca. - post 877) ed una terza dall'umanista di Norimberga Giovanni Cuno (sec. XVI).
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