Mongo95 di Mongo95
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Nato nel 1265/1266 a Duns in Scozia, membro dell’Ordine francescano. Inizia la carriera accademica a Oxford dove commenta le Sentenze. Poi è baccelliere a Parigi, dove nel 1304 consegue il titolo di dottore e diventa maestro. A Colonia è lettore presso lo studio dei francescani. Morto nel 1308, è la più importante figura di riferimento dottrinale all’interno della scuola francescana.
Ripensa il rapporto tra metafisica e teologia, risentendo molto del clima determinato dalla condanna del 1277. Nell’opera Ordinatio mette in scena una controversia immaginaria tra filosofi e teologi:
I filosofi sostengono la perfezione e l’autosufficienza della natura e della conoscenza naturale, sistema solido e coerente, accessibile di per sé dall’intelletto umano, in cui egli può trovare la sua massima felicità.
I teologi hanno una considerazione assai meno ottimistica, con un’idea dell’imperfezione della natura, con quindi la necessità della grazia: la perfezione e la gratitudine non saranno conseguibili naturalmente, ma solo in modo sovrannaturale.
È difficile trovare un terreno reale di dialogo, infatti non si può:
a. Mostrare attraverso la ragione naturale che l’uomo, nello stato presente, richieda qualcosa di soprannaturale
b. Opporre ai filosofi tale esigenza come una verità di fede, perché proprio in quanto tale il filosofo non può concedere premesse basate unicamente dalla fede.
Bisogna quindi ripensare una modalità di relazione tra i due ambiti. La teologia addita nella natura una mancanza (contingenza ontologica) e un’eccedenza (esigenza di beatitudine sovrannaturale) di cui la filosofia in sé non sa nulla. Ma anche la teologia è imperfetta, perché, pur potendo contare sulla rivelazione, deve pur sempre far poi uso di concetti e termini umani, che sono però inadeguati per costruire un discorso scientifico sul divino. Ma questa è solo la nostra teologia. Si deve ammettere che esista invece una scienza teologica in grado di comprendere perfettamente Dio, e cioè la conoscenza o scienza che Dio stesso ha di sé. Qui:
a. Theologia nostra: la teologia da noi praticata in questa vita terrena
b. Theologia in se: la teologia in senso assoluto e come effettivamente si dà in Dio.
Ma perché non provare ad applicare una distinzione di questo tipo anche al caso della filosofia e più in particolare della metafisica? Cioè immaginare una metafisica così come potrebbe essere in base alla sua stessa natura, a prescindere dalle limitazioni presenti. Così:
a. Methaphysica pro statu isto: la metafisica che è ed è stata praticata dagli uomini nella loro condizione attuale
b. Methaphysica ex potentia naturae: la metafisica in senso assoluto che no è sottoposta ai limiti della nostra conoscenza attuale
La prima infatti, pur assumendo come proprio soggetto l’ente in quanto ente, di fatto si occupa soltanto dell’essenza delle cose materiali. Il nostro intelletto non può conoscere se non ciò che gli viene presentato dai sensi. La metafisica dovrebbe occuparsi dell’ente come concetto talmente universale e primo da includere sotto di sé tanto ciò che è materiale quanto ciò che è immateriale, tanto ciò che è infinito quanto ciò che è infinito.
Se la teologia non ha nulla da ricavare dalla metafisica così come si è configurata finora, essa ha invece molto da guadagnare dalla metafisica così come essa potrebbe essere: un concetto di ente sufficientemente vasto da includere tanto Dio quanto le creature, e che possa servire come punto di partenza affidabile per ogni possibile discorso umano su Dio. Il concetto fondamentale, il concetto univoco di ente.
Nello stato presente non c’è alcun accesso diretto al divino, l’unico modo di pervenire a pensare Dio come ente infinito è quello di partire dal concetto comune di ente. Non a caso uno dei bersagli principali di Scoto è la teoria dell’analogia dell’essere. Se l’ente fosse un concetto analogico, la possibilità stessi di un sapere teologico in questa vita verrebbe di fatto meno. Allora c’è l’univocità del concwtto di ente, che ha un duplice vantaggio. Dal punto di vista filosofico, permette di risolvere l’oscillazione della filosofia prima aristotelica tra ontologia e teologia: la metafisica è scienza trascendentale, cioè un’ontologia generale che si occupa del’ente come concetto trascendentale e che racchiude in sé la teologia come parte speciale. Dal punto di vista teologico, l’univocità fonda la possibilità di ogni discorso umano sul divino: esaminando le proprietà che ineriscono al concetto comune, univoco, di ente, sarà infatti possibile passare gradualmente dalla considerazione dell’ente finito a quella dell’ente infinito.
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