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Boezio redige cinque opuscoli teologici, tra cui:
1. Sulla Trinità: affronta il problema dell’applicabilità delle categorie aristoteliche a Dio. Le categorie cosiddette “sostanziali” (sostanza, qualità, quantità) si predicano di Dio ricevendo un incremento di significato (coincidenza con la categoria in quanto tale), mentre le restanti categorie accidentali si possono predicare di Dio solo in senso traslato o metaforico
2. Sulle ebdomadi: ebdomade intesa come “assioma”, cioè prima concezione della mente. Si ha il concetto di partecipazione: possiamo dire che le cose sono buone anche se non sono la bontà stessa, considerando anche il presupposto che tutto tende al bene? Le cose sono buone, ma non sotto tutti gli aspetti, non in modo sostanziale, piuttosto sono in una certa misura buone perché derivano il loro essere da ciò che è bene sostanziale, e poiché nell’effetto permane sempre qualcosa della causa, sono simili al bene da cui derivano e tendono ad esso.

Interessante è l’assioma: “l’essere è ciò che è sono diversi”. Boezio dice: “l’essere stesso non è ancora, ma ciò che è, ricevuta la forma dell’essere, è e sussiste”. Vittorino aveva cercato di descrivere l’Uno come qualcosa che è e non è al tempo stesso:
a. Non è, perché è al di là dell’essere
b. È, in quanto è causa dell’essere
c. Fa essere, ciò che segue da esso
La grande ambiguità sta nel fatto che non è chiaro se l’essere di cui si parla sia quello intelligibile (il nus, la pensabilità delle cose) o l’essere reale (l’essere come esistenza, opposto al nulla). In Boezio i due significati ancora di sovrappongono.

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