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L'averroismo latino


La possibilità di conoscere Aristotele attraverso fonti diverse dalle fonti arabe porta i domenicani, e S. Tommaso in particolare, a distinguere, nell'insieme della "filosofia", tra le dottrine genuinamente aristoteliche e quelle sovrapposte ad Aristotele dai suoi commentatori arabi; queste ultime spesso vengono respinte. Per contro nella seconda metà del secolo XIII si sviluppa con grande vigore nell'Università di Parigi una corrente che prende a modello precisamente Averroè, ed è chiamate perciò "averroismo latino". Questo indirizzo, prima serpeggiante in ambienti extra-universitari, si innesta a Parigi sulla tradizionale ostilità dei maestri secolari verso gli ordini mendicanti che, pur divisi tra loro, si coalizzano ora contro il nuovo avversario.
Gli averroisti non pretendevano altro che di ricostruire il pensiero di Aristotele e dei suoi commentatori: cioè quelle chiamano "le opinioni dei filosofi", senza punto toccare "la verità", che è la verità scritturale. Ma questo assunto, se pure non si riduce a un mero pretesto per evitare sanzioni ecclesiastiche, li porta in ogni caso a lavorare sui testi aristotelici come se fossero a loro volta una sorta di Scrittura: fonte di un'altra verità, la verità della ragione, che nella loro mente tende sotto sotto a sostituirsi, come verità vera, alla verità della fede, ogni volta che tra le due vi sia contraddizione. Questa cosiddetta dottrina della "doppia verità" (anche se, di fatto, "verità" è chiamata solo quella della fede) rovescia, come si vede, la convinzione tomista che la ragione e la fede non possano realmente contrastare, e che i loro contrasti apparenti si spieghino per qualche errore della prima.
Contro gli averroisti furono diretti i trattati "De unitate intellectus" di Alberto (1256) e di Tommaso (1269): scritto, quest'ultimo, quando Tommaso tornò a Parigi con il compito precipuo di contrastare gli averroisti, che avevano trovato in Sigieri di Brabante (1235-1283 circa) un rappresentante di grande valore. Sigieri sosteneva che, secondo la filosofia, il mondo è eterno e le specie viventi anche; che tutti gli eventi sono determinati, e che si ripeteranno ciclicamente un'infinità di volte. Inoltre, che l'intelletto che pensa è unico, e che le differenze nel pensiero dei singoli uomini ineriscono soltanto alle immagini sensibili in cui il loro pensiero si fa cosciente.
A ciò Tommaso oppone che non l'intelletto pensa in noi, ma noi, come individui singoli, pensiamo con l'intelletto, non essendo altro l'intelletto che una funzione della nostra anima. Per di più se la dottrina averroista fosse accolta, non si potrebbero più ammettere l'immortalità delle anime singole e la responsabilità personale. E che queste applicazioni fossero tratte anche popolarmente dall'averroismo ce lo mostra il "Roman de la rose", dove un soldato, accusato di un crimine, si scagiona scaricando la colpa sull'intelletto agente.
In Italia il principale centro di averroismo fu Padova, dove insegnò Pietro d'Abano (1257-1315), medico e astrologo. In Francia l'averroismo rimase forte a Parigi, dove nei primi decenni del secolo XIV Giovanni di Jandun (morto nel 1328) non nasconderà più la sua incredulità verso i dogmi della fede cristiana.
Giovanni di Jandun collaborò con Marsilio da Padova (morto nel 1342) alla redazione del Defensor pacis (1324), che è una tappa importante nella storia del concetto di "sovranità popolare", perché proclama che il potere politico spetta alla comunità dei consociati, la quale lo esercita per mezzo di suoi rappresentanti. Marsilio distingue nettamente inoltre, la sfera degli interessi mondani dalla sfera religiosa, e la vuole sottratta a ogni ingerenza dell'autorità spirituale. Questa ha il compito di condurre gli uomini alla salvezza eterna, mentre l'autorità politica ha il compito, del tutto indipendente, di guidarli verso il miglior raggiungimento dei loro fini in questa vita. Motivi averroistici contribuiscono, così, anche in campo politico, a quella separazione del temporale del sovrannaturale che è caratteristica del Trecento, e che è ben diversa dall'autonomia del temporale, vista sempre in funzione di un fine trascendente, che vi è in Tommaso.
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