Mongo95 di Mongo95
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Anselmo d'Aosta, monaco benedettino in Normandia, formula un nuovo argomento per la dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Inizialmente, nel “Monologion” (Soliloquio), aveva elaborato un primo tentativo di dimostrazione, che però non lo aveva tuttavia soddisfatto. Partiva dall’osservazione dell’esistenza di diversi gradi ontologici nelle creature, quindi si comprende che si deve dare anche un termine sommo che permetta di cogliere queste differenze, e tale termine viene appunto identificato con Dio. Anselmo vuole però trovare un unico argomento che potesse mostrare in modo immediato e indubitabile l’esistenza di Dio.
Nel “Proslogion” (Colloquio) abbiamo quindi un argomento che muove dal concetto stesso di Dio, o meglio dalla sua pensabilità. Poniamo che qualcun, uno “stolto”, pensi che Dio non esista. In ciò egli potrebbe comunque convenire che Dio è “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande” (grande inteso come superiore. Attenzione anche che l’intero argomento fa precisamente leva sulla sua forma negativa). Si può allora chiedere al nostro interlocutore se egli abbia nella sua mente il concetto di “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande”. Egli dovrà per forza ammettere di sì, se davvero, come dice, sta pensando che Dio non esiste.
È anche chiaro che è meglio (o “più grande”) esistere sia nel pensiero che nella realtà, piuttosto che esistere solo nel pensiero. Se dunque “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande” esiste, come appurato, nella mente, dovrà esistere necessariamente anche nella realtà, perché altrimenti l’interlocutore stesso potrebbe pensare ancora “qualcosa di più grande”. Dunque, se non vogliamo cadere in contraddizione, dobbiamo concedere che “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande”, se è nel pensiero, esiste anche necessariamente nella realtà. Abbiamo quindi un esempio dell’applicazione di regole dialettiche a una questione teologica: chi nega l’esistenza di Dio entra in contraddizione con quel che sta pensando, e dunque con se stesso. L’esistenza di Dio può forse rimanere in dubbio dal punto di vista della semplice fede, ma è necessaria e assolutamente indubitabile dal punto di vista dell’intelletto, della comprensione intellettuale.
o L’obiezione di Gaunilone
Un altro monaco benedettino, Gaunilone di Marmoutier, intende invece difendere l’autonomia e il merito della fede: l’esistenza di Dio è qualcosa in cui si deve credere, e non qualcosa che l’intelletto possa mostrare come di per sé assolutamente evidente. Le sue obiezioni a Abelardo:
1. Il passaggio dal pensiero alla realtà
Si può anche concepire una cosa come dotata di ogni possibile perfezione, ma non per questo essa diventerà reale. Anselmo risponde che l’argomento non può essere applicato indistintamente a qualsiasi concetto o contenuto reale, ma solo a ciò che costituisce il limite estremo della pensabilità. Si comprende allora anche perché Anselmo abbia scelto una formulazione negativa.
2. Il punto di partenza dell’argomento
Non si può essere certi che Dio è veramente “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande”. Come si può sapere che questo è veramente il concetto più adatto per indicare o definire Dio, e che si tratta di un concetto vero e fondato? Di solito, noi sappiamo che un nostro contenuto mentale è vero o perché ne facciamo esperienza nella realtà, o perché ne conosciamo la definizione esatta combinando il genere con la differenza specifica. Ma nel caso di Dio, entrambe queste vie ci sono precluse: di Dio non si può fare esperienza e non se ne può dare definizione, perché è al di sopra di qualsiasi genere e di qualsiasi differenza. Finchè non so che Dio esiste davvero, non posso sapere se Dio sia davvero “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande”. Gaunilone afferma quindi che si deve andare sempre dall’esistenza delle a quella dei concetti, e non viceversa, come aveva fatto Anselmo.
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