pexolo di pexolo
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Tractatus logico-philosophicus


L’opera consta di circa 100 pagine ed è suddivisa in sette proposizioni fondamentali, ognuna delle quali prevede una serie di proposizioni dipendenti o collegate o che sono una esplicitazione della tesi, numerate in modo che siano chiare sia la connessione tematica, sia l’ordine di importanza di ciascuna. Il libro, considerato il testo portante della prima fase del suo pensiero, non può o non dovrebbe essere letto di seguito: due proposizioni spazialmente vicine non sono solo per questo logicamente connesse. Wittgenstein cerca di ridefinire i concetti di conoscenza, mondo, e filosofia, visti attraverso lo strumento del linguaggio, un linguaggio ideale e perfetto, la cui struttura può rispecchiare quella della realtà, per mezzo di proposizioni elementari corrispondenti all'essenza dei dati sensibili. Fin dalla Prefazione è escluso che esso sia assimilabile a un’opera scientifica: è un’opera di filosofia e la filosofia non è una scienza; in aggiunta alle teorie delle varie scienze, non vi sono teorie filosofiche né vi è qualcosa come una scienza filosofica. Nel corso della stesura dell’opera, lo stesso Wittgenstein riconoscerà che le sue proposizioni sono, come la maggior parte delle proposizioni dei filosofi, insensate (lasciando così ai suoi interpreti l’arduo compito di stabilire che cosa mai si possa ricavare da questa insensatezza): se fossero proposizioni sensate (immagini o modelli della realtà, come ad esempio “Piove”, “L’acqua bolle a 100°”) esso sarebbe un libro di scienza e non, come dichiara di essere, un libro di filosofia; le sue proposizioni sono chiarificazioni, le quali chiarificano il loro stesso essere “insensate”: secondo questa lettura, non vi è dunque nulla da imparare dal Tractatus; al contrario, esso mira a liberare Wittgenstein e con lui il suo lettore dalla tentazione di imparare qualcosa dalla filosofia, il suo scopo è di natura terapeutica, in quanto ci conduce a riconoscere che tutte le proposizioni filosofiche, e in primo luogo quelle che formano i pioli di quella scala che è il Tractatus, sono, nonostante la loro apparenza di senso, insensate.

Circolo di Vienna


Il Tractatus esercitò un’influenza così forte sui membri del Circolo che, in quello che può essere considerato il loro manifesto, La concezione scientifica del mondo (1929), Wittgenstein viene citato tra quegli autorevoli pensatori contemporanei «Che sostengono apertamente e nel modo più efficace la concezione scientifica del mondo». Egli aveva qualcosa di enorme importanza in comune con i neopositivisti: aveva tracciato una linea di separazione tra ciò di cui si può parlare e ciò di cui si deve tacere; tuttavia, mentre quelli non avevano niente di cui tacere, in quanto sostenevano che ciò di cui possiamo parlare è tutto ciò che conta nella vita, egli credeva appassionatamente che tutto ciò che conta nella vita umana è proprio ciò di cui, secondo il suo modo di vedere, dobbiamo tacere. «Nel mio libro, mi è impossibile dire una sola parola su tutto quello che la musica ha significato nella mia vita. Come posso sperare allora di essere capito?» Nella sua opera i neopositivisti trovarono (o ritennero di aver trovato) la conferma e il modo di difendere al meglio quelli che erano i due capisaldi della loro concezione: al di fuori della scienza dell’empiricamente verificabile) non vi è conoscenza, la metafisica non è falsa, bensì insensata e le sue preposizioni non sono altro che pseudo-proposizioni.

Filosofia


Non è (come dai tempi dei Greci si era sempre affermato) una disciplina in grado di condurre indagini fondamentali e profonde sulla condizione umana e dell’universo intero, giungendo a conclusioni vitali sul modo in cui dobbiamo condurre la nostra esistenza; non deve fare scoperte, non deve desumere dalle scienze naturali concetti e metodi di indagine, non deve essere una dottrina velleitaria, ma un’attività («critica del linguaggio»), che ha come unico scopo la chiarificazione del linguaggio, cosicché deve tacere nella maggior parte dei casi e parlare solo per correggere le persone che usano male tale linguaggio, dato che i problemi con cui si è sempre misurata si basano sul fraintendimento della logica del linguaggio. «Scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia non è una dottrina, ma un’attività. Un’opera filosofica consta essenzialmente d’illustrazioni. Risultato della filosofia non sono “proposizioni filosofiche”, ma il chiarirsi di proposizioni. La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che, altrimenti, direi, sarebbero torbidi e indistinti». Le proposizioni della filosofia tradizionale, se non è possibile riportarle né a quelle elementari di significato empirico, né a quelle logico-matematiche, altro non sono che pseudo-proposizioni «senza senso»; o meglio: «insensate»; la filosofia in questa prospettiva ha il compito di indagare sulla struttura logica di quanto è stato detto. In pratica, Wittgenstein aveva considerato “insensata” la filosofia “classica” servendosi degli stessi strumenti, la logica, dei quali almeno una parte di essa si nutriva.

Problemi filosofici


I problemi che riguardano il senso della vita e il suo valore, per Wittgenstein, non sono problemi scientifici, ossia problemi che si possono risolvere acquisendo nuove conoscenze sulla nostra vita o sul mondo. Essi si fondano, per la maggior parte, sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio; ecco perché le domande dei filosofi non sono, per la maggior parte, false ma insensate: domande a cui non possiamo rispondere, di cui possiamo solo riconoscere l’insensatezza; questo ripete l’errore già mostrato da Kant: non possiamo passare dal linguaggio alla realtà. Si tratta di «problemi che si risolvono penetrando l’operare del nostro linguaggio in modo da riconoscerlo: contro una forte tendenza a fraintenderlo». Tutti i problemi filosofici non si possono neppure porre: non possono trovare risposta perché non sono domande. Se sono insensate (ossia, se, nonostante l’apparenza, non sono né domande né proposizioni) è perché a certe loro parti non è stato dato alcun significato, anche se, ingannati, per così dire, dalla superficie della nostra lingua, si crede di averlo fatto; non che sia facile distinguere là dove la nostra lingua ci induce, sulla base di analogie e somiglianze, ad assimilare o a identificare parole che, pur identiche, in contesti diversi posseggono significati differenti. Se questa dottrina fosse vera, affermò Russell, la filosofia sarebbe, «al meglio, un piccolo aiuto per i lessicografi e, al peggio, un vuoto divertimento per l’ora del tè».

Empirismo radicale
In tutto il Tractatus viene sostenuta la tesi secondo cui l’unica fonte di conoscenza è il dato empirico, mentre le asserzioni logiche sono da considerare pure tautologie (che influenzò notevolmente coloro che parteciparono al Circolo di Vienna). «Nulla dire se non ciò che può dirsi» significa che si possono esprimere proposizioni sensate solo se si riferiscono a nomi che possano essere resi in immagini, a tutto ciò che sta nel regno della scienza. Wittgenstein stesso, dopo il Tractatus, sembra condannarsi al silenzio: «Tutto ciò che avevo da dire l’ho detto e con questo la fonte è inaridita»; di qui, prevalse l’interpretazione secondo cui, ancora una volta, con il Tractatus venne riproposta la tesi kantiana dell’impossibilità della metafisica come scienza. Non è pensabile né esprimibile nulla che non sia un fatto del mondo, e nemmeno il mondo nella sua totalità, che non è mai un fatto.

[h2]Linguaggio
È l’insieme delle proposizioni dotate di senso, che nel Tractatus arriva ad essere identificato con il pensiero stesso; non esiste, cioè, una dimensione del pensiero mediatrice fra parole e fatti, fra linguaggio e realtà: il linguaggio è rappresentazione del mondo, poiché tra parole e cose vi è una perfetta deguazione logica. «Il pensiero è la proposizione munita di senso». I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo e i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, cioè di tutto ciò che posso capire, pensare ed esprimere; ad esempio, non si può parlare della morte che non è mai un fatto (non è un evento della vita poiché non si vive). «Non come il mondo sia, è ciò che è mistico, ma che esso è»: i fatti costituiscono, e le proposizioni manifestano, il come del mondo, le sue determinazioni: non il che, la sua essenza totale e unica, il suo valore, il suo perché. La filosofia di Wittgenstein è, sostanzialmente, in tutt'e due le sue fasi, una teoria del linguaggio; i termini di cui essa si avvale sono infatti due: il mondo, come totalità di fatti (atomici), e il linguaggio come totalità di proposizioni che significano i fatti stessi. I fatti accadono e si manifestano in quegli altri fatti che sono le proposizioni significanti.

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