pexolo di pexolo
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La conoscenza del logico ed economista inglese Ramsey, avvenuta nel 1923, gli fornisce l’occasione per un radicale ripensamento delle tesi del Tractatus. Ciò che maggiormente le distingue dal Tractatus è il carattere dialogico dell’opera, costituita da un dialogo ad almeno due voci (la sua voce e quella di un interlocutore il quale assume, di volta in volta, i tratti dello stesso Wittgenstein, del Wittgenstein autore del Tractatus, di uno specifico filosofo o del filosofo in generale). Dal linguaggio logico, il filosofo passò a considerare il linguaggio ordinario, come mezzo di comunicazione intersoggettiva e di interpretazione del mondo, che svolge funzioni diverse e procedimenti disparati (quelli che chiamò giochi linguistici), ognuno con le sue regole non trasferibili agli altri. Costituiscono la principale fonte di ispirazione di una corrente neo-empirista, la filosofia analitica.

Primo e secondo Wittgenstein

È indubbio che diverse cose accomunano le varie fasi del filosofare di Wittgenstein, per esempio e in particolare, la concezione della filosofia come attività di chiarificazione, l’insistenza sulla netta distinzione tra filosofia (con i suoi problemi da dissolvere) e scienza (con i suoi problemi da risolvere), l’attenzione al linguaggio, al senso e al significato, il richiamo alla dimensione etica del lavoro filosofico. Ma è altrettanto indubbio che molte cose cambiano dal 1929 e dal suo ritorno attivo alla filosofia; ce ne dà testimonianza lo stesso Wittgenstein che nella Prefazione alle Ricerche parla esplicitamente dei «gravi errori» che egli aveva commesso nel Tractatus e che nei suoi vari manoscritti cita la sua prima opera come un esempio particolarmente evidente di quel dogmatismo in cui si cade così facilmente facendo filosofia.

Critiche al Tractatus

Non si sarebbe sottratto a quelle che Wittgenstein considera alcune delle tentazioni filosoficamente più forti e fuorvianti: il desiderio di generalità, il quale produce un atteggiamento di disprezzo per il caso singolare e individua nella ricerca dell’essenza l’obiettivo primario della filosofia e la pretesa che anche in filosofia, come nella scienza, si possa scoprire qualcosa, qualcosa che si troverebbe nascosto all’interno o nel profondo del linguaggio e che spetterebbe all’analisi portare finalmente alla superficie. Il primo Wittgenstein si assumeva il compito di rintracciare ciò che, comune a tutte, fa di ciascuna proposizione una proposizione: l’essenza o la forma generale della proposizione. Egli concepiva l’essenza come qualcosa di nascosto che si deve portare, mediante l’analisi, alla superficie.

Proposizione

Per il Tractatus la proposizione era qualcosa di molto singolare; le Ricerche vogliono riportarci a vedere in essa “la cosa più comune del mondo”. Vi sono diversi, innumerevoli ed eterogenei tipi di impiego di ciò che chiamiamo “segni”, “parole”, “proposizioni”: vi sono molteplici (diversi ed eterogenei) giochi linguistici. Quanto differenti sono le funzioni degli strumenti che si trovano in una cassetta degli attrezzi (un martello, una tenaglia, una sega, etc.), tanto lo sono quelle delle parole; la differenza risiede nella forma: mentre data la forma ci è chiaro l’impiego dello strumento, data una parola (detta o scritta) possiamo confonderci (soprattutto Quando facciamo filosofia).

Giochi linguistici

I termini del linguaggio hanno significati diversi a seconda dei contesti linguistici (o “giochi”) in cui sono impiegati, quindi a seconda delle regole che (in ciascun “gioco”) ne presiedono l’uso. Ogni gioco ha le sue regole; esse sono una serie di atti che noi ci apprestiamo a seguire e a cui siamo stati addestrati, sono abitudini (usi, istituzioni); ogni sistema di regole (o “gioco”) determina l’uso dei termini, assegnando loro un significato. Il linguaggio non serve più unicamente a “mostrare” il mondo, ma a moltissime cose, come, ad esempio, comandare, chiedere, ringraziare, etc. Sono legati solo da assomiglianze di famiglia, hanno tra loro somiglianze diverse, non tutti hanno qualcosa in comune, ma possono comunque essere chiamati tutti ”linguaggi”. Wittgenstein avverte che la “cristallina purezza” della logica era solo un pregiudizio; nel mondo dei giochi linguistici, di solito, è accettabile anche una dose di incertezza, mentre in altri casi è richiesta più precisione, più esattezza.

Gioco degli scacchi

Attraverso questo particolare gioco è possibile chiarificare ulteriormente la dottrina dei giochi linguistici; potremmo anzitutto chiederci: che cos'è che fa di questo pezzo un alfiere o di quest’altro pezzo una regina? Non certo il materiale, nemmeno il loro aspetto esteriore: né l’alfiere né la regina sono tali per il fatto di essere accompagnati da qualcosa che sia il loro significato. L’alfiere è il pezzo che si muove secondo queste regole e la regina quello che si muove secondo queste altre: un pezzo non si muove così sulla scacchiera perché è (o significa) un alfiere, ma è un alfiere perché si muove così. Non si sa giocare a scacchi perché si sa cos'è un alfiere, ma se si sa giocare a scacchi, allora si sa che cos'è un alfiere. Una regola è tale, ossia funziona come una regola, solo se è incorporata in quel tessuto di azioni, relazioni, interessi, etc. che Wittgenstein chiama “forma di vita”: dimensione sociale dei giochi.

Filosofia

È definita come una “terapia”, come metodo per descrivere gli errori del modo tradizionale di intendere il linguaggio, la verità, il pensiero, caratterizzati da un irriducibile margine di indeterminatezza. Non può fare altro che descrivere i linguaggi di volta in volta usati, determinandone il tipo d’uso, quindi le “regole del gioco” che lo costituiscono e le finalità d’uso, quindi i limiti dell’uso stesso: neanche la filosofia ha un metodo, può adottare uno o l’altro dei numerosi metodi possibili. Riportando le parole dal loro uso metafisico all'uso effettivo che di esse si fa nella vita quotidiana, permette di scoprire i non-sensi in cui spesso cadiamo quando adoperiamo le parole al di fuori del loro contesto, i “bernoccoli” che l’intelletto si è procurato cozzando i limiti del linguaggio. «I problemi filosofici sorgono quando il linguaggio fa vacanza». Lo scopo della filosofia, afferma, è quello di indicare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia.

Linguaggio

Rifiutando l’idea che il linguaggio sia destinato esclusivamente a denominare gli oggetti (e che quindi il significato linguistico risieda solo negli oggetti denominati) Wittgenstein concepisce ora il linguaggio come una “situazione” in cui intervengono anche operazioni simboliche legate al contesto umano e culturale di una comunità. Il linguaggio raffigurativo è solo uno fra gli infiniti linguaggi possibili, cioè fra i diversi modi di significazione possibili: se, da Agostino fino al Tractatus, si poteva affermare che “a ogni parola è associato un significato che è l’oggetto per il quale la parola sta”, ora Wittgenstein reagisce a più riprese alla forza seduttiva di quest’immagine, attirando la nostra attenzione sulla varietà degli usi delle parole. Il “vecchio” modo di intendere il linguaggio, denominato linguaggio delle sensazioni, sarebbe un linguaggio essenzialmente privato, in quanto si riferirebbe a ciò di cui chi parla può avere conoscenza, ossia, per l’appunto, alle sue sensazioni private, immediate. Il significato di una parola non è l’oggetto per il quale essa starebbe o l’immagine mentale che la accompagna (la quale non sempre c’è e può anche essere, di volta in volta, diversa), ma va piuttosto cercato nel suo uso regolato (nella sua grammatica) «L’ideale del linguaggio dev'essere trovato nella sua stessa realtà».

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