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Hannah Arendt e la banalità del male

Il concetto della banalità del male nasce nella mente di Hannah Arendt durante il processo di un ufficiale nazista.
La filosofa definisce il soldato delle SS come uomo mediocre e banale, che però ha consentito un male così radicale.
Mediocrità e banalità delineano la figura dell'uomo malvagio, contrariamente all'astuzia e alla genialità del male.
Il soldato nazista è l'esecutore materiale perfetto di un'ideologia perché è banale, cioè aderisce perfettamente alle convenzioni.
Responsabili di un male così atroce come il nazismo, dice Hannah Arendt, sono dei burocrati "normali", ligi al proprio lavoro, al proprio dovere e rispettosi della legge.
Per questo motivo non riflettono, non pensano con la propria testa, ma eseguono meccanicamente.
Definendo questo pensiero la filosofa tedesca esclude quelle teorie secondo le quali il male, sarebbe radicato in alcune tradizioni filosofiche e storiche.
Inoltre la filosofa esclude le teorie cristiane sul male e quelle elaborate da Immanuel Kant.

Le prime trovavano la causa semplicemente in un'entità diabolica sovrannaturale. Le teorie Kantiane, invece, nella tendenza dell'uomo ai propri istinti naturali.
Il male é generato da un'assenza della dimensione politica dell'uomo, che pone come unico valore il lavoro.

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