Schopenhauer nacque a Danzica nel 1788 e crebbe in un ambiente ricco di stimoli culturali. La sua filosofia è fondata sul pessimismo, infatti, solo in concomitanza con un’ondata di pessimismo che colpì l’Europa, cominciò la fortuna della sua filosofia.

Radici culturali del sistema
Schopenhauer utilizza esperienze filosofiche eterogenee: Platone, Kant, il Romanticismo, la spiritualità indiana. Di Platone lo attrae soprattutto la teoria delle idee, intese come forme eterne sottratte alla finitezza del nostro mondo. Da Kant, che egli considera come il filosofo più grande, deriva l’impostazione soggettivistica della sua teoria della conoscenza. Dell’Illuminismo è interessato al filone materialistico e, infine, dal Romanticismo Schopenhauer trae l’irrazionalismo, il tema del dolore, la grande importanza attribuita all’arte e alla musica e il tema dell’infinito, cioè la tesi della presenza nel mondo, di un Principio assoluto di cui le varie realtà sono manifestazioni. Tuttavia, mentre il Romanticismo mostra una tendenza ottimistica, Schopenhauer appare decisamente orientate verso il pessimismo. Egli manifesta l’esigenza della libertà della filosofia, esigenza che lo fa indignare di fronte alla divinizzazione dello Stato fatta da Hegel, ritenuto “un ciarlatano pesante e stucchevole”.

Schopenhauer è stato il primo filosofo occidentale a tentare il ricupero di alcuni motivi della filosofia orientale, ha desunto da essa un prezioso repertorio di immagini suggestive, ed è stato un profeta del suo successo in Occidente.

Il mondo della rappresentazione come “velo di Maya”
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno e cosa in sé. Ma per Schopenhauer il fenomeno è solo parvenza illusione, sogno, ovvero ciò che nell’antica sapienza indiana è detto velo di Maya; mentre il noumeno è una realtà che si nasconde dietro l’ingannevole trama del fenomeno, e che il filosofo ha il compito di scoprire. Il fenomeno di cui parla Schopenhauer è una rappresentazione che esiste solo dentro la coscienza. Schopenhauer crede di poter esprimere l’essenza del kantismo con la tesi secondo cui il mondo è la “mia rappresentazione”. Questo è un principio simile agli assiomi di Euclide: ognuno ne riconosce la verità appena lo intende, e uno dei grandi meriti della filosofia moderna è di averlo portato al centro dell'attenzione. La rappresentazione ha due aspetti essenziali: da un lato c’è il soggetto rappresentante, dall’altro c’è l’oggetto rappresentato, e nessuno dei due esiste indipendentemente dall’altro. Il materialismo è falso perché nega il soggetto riducendolo all’oggetto o alla materia. L’idealismo è falso perché compie il tentativo opposto di negare l’oggetto riducendolo al soggetto. Schopenhauer ritiene che la nostra mente implichi una serie di forme a priori. a differenza di Kant però, egli ammette solo tre forme a priori: spazio, tempo e causalità. Quest’ultima è l’unica categoria (Kant ne aveva elencate dodici), in quanto tutte le altre sono riconducibili ad essa. La causalità assume forme differenti a seconda degli ambiti in cui opera, manifestandosi come principio del divenire, del conoscere, dell’essere e dell’agire. Schopenhauer paragona le forme a priori a dei vetri sfaccettati attraverso cui la visione delle cose si deforma: trae così la conclusione che la vita è un sogno, un’illusione. Ma al di là del sogno e del fenomeno esiste la realtà vera, sulla quale il filosofo che è nell’uomo non può fare a meno di interrogarsi. L’uomo è infatti visto dal filosofo come un “animale metafisico” che è portato a stupirsi della propria esistenza e ad interrogarsi sull’essenza ultima della vita.

La scoperta della via d’accesso alla cosa in sé
Schopenhauer presenta la sua filosofia come l’integrazione necessaria di quella di Kant, in quanto si vanta di aver individuato la via d’accesso al noumeno. Poiché siamo dati a noi medesimi non solo come rappresentazione, ma anche come corpo, non ci limitiamo a vederci da fuori, bensì ci viviamo anche da dentro, nei momenti di piacere e di dolore. Ed è proprio questa esperienza di base che permette all’uomo di «squarciare» il velo del fenomeno e di afferrare la cosa in sé. Infatti, ripiegandoci su noi stessi, ci rendiamo conto che l’essenza profonda del nostro io, la cosa in sé del nostro essere, è la volontà di vivere, un impulso irresistibile che ci spinge ad esistere e ad agire. Più che intelletto o conoscenza, noi siamo vita e volontà di vivere. Per analogia, Schopenhauer afferma che la volontà di vivere non è soltanto la radice noumenica dell’uomo, ma anche l’essenza segreta di tutte le cose, ossia la cosa in sé dell’universo, finalmente svelata. E l’intero mondo fenomenico non è altro che la maniera attraverso cui la volontà si manifesta o si rende visibile a se stessa nella rappresentazione spazio-temporale. Da ciò il titolo dell’opera di Schopenhauer: Il mondo come volontà e rappresentazione.

Caratteri e manifestazioni della “volontà di vivere”
Essendo al di là del fenomeno, la Volontà (base del noumeno) presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione (fenomeno), in quanto si sottrae alle forme proprie di quest’ultimo: lo spazio, il tempo e la causalità. Innanzitutto la Volontà primordiale è inconscia, poiché la ragione e l’intelletto costituiscono soltanto delle sue possibili manifestazioni secondarie.
Il termine Volontà si identifica con il concetto più generale di energia o di impulso. Inoltre la Volontà risulta unica, poiché esiste al di fuori dello spazio e del tempo, ed essendo oltre la forma del tempo, è anche eterna e indistruttibile, ossia un Principio senza inizio né fine. Essendo al di là della categoria di causa, si configura inoltre come una forza libera e cieca, come un’energia incausata, senza un perché e senza uno scopo.

La Volontà primordiale non ha una meta oltre se stessa: ogni motivazione o scopo cade entro l’orizzonte del vivere e del volere. Miliardi di esseri vivono per vivere e continuare a vivere: è questa, secondo Schopenhauer, l’unica crudele verità sul mondo, anche se gli uomini hanno cercato di mascherare la sua terribile evidenza postulando un Dio. Ma Dio non può esistere e l’unico assoluto è la volontà stessa. Schopenhauer ritiene che la volontà di vivere si manifesti nel mondo fenomenico attraverso due fasi: nella prima la volontà si oggettiva in un sistema di forme immutabili, che egli chiama platonicamente “idee”; nella seconda la volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale, che sono la moltiplicazione delle idee. Il mondo delle realtà naturali si struttura a propria volta attraverso una serie di gradi disposti in ordine ascendente. Il grado più basso della Volontà è costituito dalle forze generali della natura. I gradi superiori sono le piante e gli animali e infine l’uomo, nel quale la Volontà diviene pienamente consapevole.

IL PESSIMISMO
Dolore, piacere e noia

Affermare che l’essere è la manifestazione di una Volontà infinita equivale a dire che la vita è dolore per essenza. Infatti volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione, per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere. Il desiderio risulta per definizione assenza e quindi dolore. E poiché nell’uomo la Volontà è più cosciente, egli risulta il più bisognoso degli esseri. Ciò che gli uomini chiamano godimento (fisico) e gioia (psichica) è solo una momentanea cessazione di dolore. Infatti, perché ci sia piacere bisogna per forza che vi sia uno stato precedente di tensione o di dolore. Pertanto, mentre il dolore è un dato primario e permanente, il piacere è solo una funzione derivate dal dolore. Accanto al dolore, che è una realtà durevole, e al piacere, che è qualcosa di momentaneo, Schopenhauer pone, come terza situazione esistenziale di base, la noia, la quale subentra quando vien meno il desiderio. Di conseguenza: “la vita umana è come un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia, passando attraverso l’intervallo, per di più illusorio, del piacere e della gioia”.

La sofferenza universale
Poiché la volontà di vivere si manifesta in tutte le cose sotto forma di un desiderio perennemente inappagato, il dolore non riguarda soltanto l’uomo, ma investe ogni creature: TUTTO SOFFRE.
Schopenhauer perviene così ad una delle più radicali forme di pessimismo cosmico di tutta la storia del pensiero, ritenendo che il male non sia solo nel mondo, ma il Principio stesso da cui esso dipende. Il filosofo ritiene che dietro le celebrate meraviglie del creato si celi la lotta e la sofferenza di tutte le cose: uno degli esempi più paradossali di tale auto lacerazione è costituito dalla formica gigante d’Australia, “la quale, se viene divisa in due parti, offre lo spettacolo di un combattimento tra il capo e la coda”. In questa vicenda l’individuo appare soltanto uno strumento per la specie, fuori della quale egli non ha valore: l’unico fine della natura sembra essere quello di rendere eterna la vita, e, con essa, il dolore.

L’illusione dell’amore
Il fatto che alla natura interessi solo la sopravvivenza della specie trova una sua manifestazione emblematica nell’amore, inteso esclusivamente come uno strumento per perpetuare la vita della specie; il suo unico fine è infatti l’accoppiamento. Esso commette il maggiore dei delitti: la creazione di altri individui destinati a soffrire. Ed è proprio per questo motivo che l’amore vero non è “eros”, ma “pietas”.

Le vie di liberazione dal dolore
Schopenhauer riprende le massime pessimistiche della sapienza orientale (esistere è soffrire) e di Platone (è meglio non essere nati piuttosto che vivere). La vera risposta al dolore del mondo, secondo il filosofo, non consiste nell’eliminazione, tramite il suicidio, bensì nella liberazione dalla stessa Volontà di vivere. Schopenhauer condanna infatti il suicidio per due motivi di fondo: perché il suicidio, invece di essere negazione della volontà, è un atto in cui il suicida anziché negare veramente la volontà egli nega la vita; perché il suicidio sopprime il fenomeno. Dalla presa di coscienza del dolore e dal disinganno di fronte alle illusioni dell’esistere, nascono le varie tappe della liberazione: Schopenhauer articola l’iter dell’uomo in tre momenti essenziali: l’arte, la morale e l’ascesi.

L’arte
L’arte viene intuita da Schopenhauer come contemplazione disinteressata delle idee. Il soggetto che le contempla non è più l’individuo naturale, bensì il puro occhio del mondo. L’arte, secondo Schopenhauer, risulta catartica per essenza, in quanto l’uomo, grazie ad essa, più che vivere, contempla la vita, elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo. Le varie arti corrispondono ai gradi diversi di manifestazione della volontà. Fra le arti, quella che spicca maggiormente è la tragedia, poiché è la rappresentazione del dramma della vita. La musica invece non riproduce per imitazione le idee, come le altre arti, ma si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. Schopenhauer sostiene che la musica si configura come l’arte più profonda e universale, capace di metterci a contatto con le radici stesse della vita e dell’essere. Ogni arte è quindi liberatrice: ma la funzione liberatrice è pur sempre temporanea e limitata. Di conseguenza essa non è una via per uscire dalla vita, ma solo un conforto alla vita stessa.

L’etica della pietà
A differenza della contemplazione estetica, la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. L’etica è infatti un tentativo di superare l’egoismo e di vincere quella lotta incessante degli individui fra di loro, che costituisce l’ingiustizia e che rappresenta una delle maggiori fonti di dolore. Contro Kant, Schopenhauer sostiene che l’etica non derivi da un imperative categorico dettato dalla ragione, ma da un sentimento di pietà attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. La pietà non nasce dunque da un ragionamento astratto, ma da un’esperienza vissuta, mediante la quale compatiamo il prossimo e giungiamo a identificarci con il suo tormento. La morale si concretizza in due virtù cardinali: la giustizia e la carità. La giustizia, che è un primo freno all’egoismo, ha un carattere negativo, poiché consiste nel non fare il male e nell’essere disposti a riconoscere agli altri ciò che siamo pronti a riconoscere a noi stessi. La carità si identifica invece con la volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo.
Diversamente dall’eros la carità, essendo disinteressata, è vero amore: ogni puro e sincero amore è pietà. Ai suoi massimi livelli la pietà consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti e nell’assumere su di sé il dolore cosmico. Schopenhauer si propone il traguardo di una liberazione totale, non solo dall’egoismo e dall’ingiustizia, ma dalla stessa volontà di vivere. Questa liberazione è l’ascesi.

L’ascesi
L’ascesi è l’esperienza con cui l’individuo, cessando di volere la vita ed il volere stesso, si propone di annullare il proprio desiderio di esistere e di volere. Il primo passo dell’ascesi è la castità perfetta, che libera dalla prima e fondamentale manifestazione della volontà di vivere. La rinuncia ai piaceri, il digiuno, la povertà, il sacrificio che sono le altre manifestazioni tipiche dell’ascetismo. Il compito di questa liberazione radicale è affidato all’uomo. Mentre nel Cristianesimo l’ascesi si conclude con l’estasi, che è lo stato di unione con Dio, nel misticismo ateo di Schopenhauer il cammino nella salvezza giunge al nirvana buddista, che è l’esperienza del nulla relative al mondo, ossia una negazione del mondo stesso. Se il mondo, con tutte le sue illusioni, le sue sofferenze è un nulla, il nirvana è un tutto, cioè un uno spazio di pace e di serenità. Secondo un punto di vista largamente diffuso tra i critici, la teoria orientalistica dell’ascesi costituisce la parte più debole del sistema schopenhaueriana.

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