Mongo95 di Mongo95
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Sia in Kant che in Hegel, sebbene in maniera diversa e opposta, c’è sempre e comunque una certezza conoscitiva assoluta, e la mancanza di interpretazione di sorta.
Schleiermacher rappresenta una posizione originale rispetto a queste due correnti, una terza via. Allievo del postkantiano Schulze, egli ammette la possibilità di interpretazione. Essa può avvenire dove c’è un soggetto finito, non riconducibile alla ragion pura di Kant, ma nemmeno ad una forma particolare di Spirito assoluto. Un soggetto singolo, isolato, che cerca di capire la realtà dal suo punto di vista. Un punto di vista interpretante che ha precisa storicità, perché ogni coscienza è storica (ma non in modo hegeliano, storicità come momento qualsiasi dello sviluppo e svolgimento dello Spirito). Non è possibile porsi in un’ottica “pura” che prescinde dalle caratteristiche empiriche dell’individuo, ma esiste un “orizzonte di precomprensione” a partire dal quale ognuno di noi conosce il mondo. C’è allora l’introduzione di un carattere di soggettività (che non è trascendente e con strumenti universali come quella kantian), riferita alle caratteristiche peculiari del soggetto. Concetto che può essere considerato come positivo o alla stessa stregua negativo, ai fini dell’interpretazione.

Schleiermacher afferma che l’ermeneutica è:
rapporto individuale del soggetto singolo e finito che guarda agli oggetti come manifestazioni dell’infinito.
Qualunque cosa può essere considerata come manifestazione dell’infinito, che però non lo esaurisce. Il rapporto ermeneutico è un rapporto di interpretazione dell’infinito da parte del finito, con una conoscenza che rimane finita e individuale, ma sempre ampliabile e approfondibile. Un po’ quella che era la concezione di Platone.

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