Mongo95 di Mongo95
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Max Scheler, da buon fenomenologo, offre uno schema degli approcci differenziati al dolore nei vari contesti culturali, in sette atteggiamenti che permettono di identificare alcune figure dell’umano:
i. La via dell’oggettivazione del soffrire e della rassegnazione ad esso, con sopportazione attiva fatalistica. Ne è rappresentante il tipo umano del “fatalista rassegnato”
ii. La via della fuga edonistica dalla sofferenza. L’“edonista”.
iii. La via dell’ottundimento del dolore fino a raggiungere l’apatia. L’“apatico”.
iv. La via della rimozione eroica e del superamento della sofferenza, guardare il dolore in faccia e non temerlo. L’“eroe”.
v. La via della rimozione della sofferenza e sua negazione illusionistica. L’“illusionista” che è insieme “auto-illusionista”.
vi. La via della giustificazione, dove ogni sofferenza è punitiva. Il “masochista auto-colpevolista”.

vii. La via più mirabile ed intricata della dottrina cristiana della sofferenza, del patire beato e della redenzione del e dal dolore per mezzo della sofferenza stessa. La via regale della croce. Il “credente”.
Uno degli atteggiamenti più tipici e paradigmatici del nostro tempo è il rifiuto del dolore. Se alcuni degli atteggiamenti tipizzati da Scheler oggi permangono, sono però due a prevalere su tutti, cioè quelli della fuga edonistica dalla sofferenza e la rimozione di fatto del dolore in una sua negazione (auto)illusionistica. Il dolore deve essere assolutamente cacciato, non può essere subìto fatalmente in modo rassegnato, non può essere accolto in una condizione salvifica, in una lotta prometeica. L’uomo oggi ritiene di avere diritto alla felicità, ed è colpevole chi gli toglie questo diritto totalizzante. Attribuisce a colpe storiche che non vuole subire o riconoscere il mancato adempimento di questo imprenscindibile diritto. Quando comunque però il dolore compare, deve essere combattuto con ogni forza e sistema. Per la società di oggi il dolore è un peso ritenuto insopportabile, che non ha e non può avere diritto di esistere. Per cui ci si affida in toto alla forza medica, che deve tentare con opportune terapie e ogni strumento di attenuarlo e se possibile sopprimerlo, auspicando implicitamente una sorta di società irreale dove si possa ripristinare un Eden perduto senza dolore, ignaro e completamente felice. Un’ideologia che ha una sua strutturale ambiguità. I dogma del dolore come peso insopportabile e ingiustificabile vede comparire la ricomparsa in forme sempre nuove del dolore a scompigliare i piani di rimozione. Emerge una sottile anestesia culturale, un tentativo di sedare quella capacità di porre domande da parte dell’evento dolore, soprattutto nella sua dimensione esistenziale. In altri termini, i caratteri essenziali di rapporto col dolore sono oggi di due tipi: esorcismo, nel senso che il dolore quando incurabile è presenza da nascondere e rifiutare; rifiuto, come intolleranza verso il dolore con ragioni di ordine sociale e filosofico. Un atteggiamento complessivo di rimozione sociale del dolore. Nessun credo ideologico, etica laica, fede religiosa, sembrano più in grado di far convivere una società inquieta con il dolore, principale fonte di inquietudine. Bisogna capire perché ci troviamo dinanzi a questa deliberata emarginazione culturale del dolore. Perché volerlo dimenticare per poi ritrovarci spiazzati di fronte a questo inevitabile evento.

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