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Nietzsche


Critica all'immagine della grecità di impronta classicista

La riflessione nietzscheana aveva avuto inizio nei primi anni Settanta, con la pubblicazione della sua prima grande opera: la Nascita della tragedia dallo spirito della musica. Frutto degli studi classici esercitati in qualità di docente di filologia presso l’università svizzera di Basilea, l’opera manifesta già un interesse spiccatamente filosofico, interesse segnato soprattutto dall’influenza del pensiero di Arthur Schopenhauer. Nietzsche, pur essendo un professore di filologia, è spinto a rifiutare la “filologia accademica”, disciplina per la quale sente di non avere una vera e propria vocazione, poiché essa è incapace di guardare al passato in modo creativo e vivo e gli appare dunque come un tradimento dello spirito più autentico della classicità, ridotta semplicemente ad un banale oggetto di studio. Nietzsche contesta, in particolare, l’immagine della grecità di impronta classicista, secondo la quale i greci crearono opere armoniose, misurate, serene perché il loro stesso spirito era armonioso, misurato, sereno; questa immagine è sbagliata sia perché privilegia una certa epoca della storia greca — il V secolo — e un certo genere di arte — la scultura e l’architettura —, sia soprattutto perché fissa l’antichità nel momento della sua decadenza, quando lo spirito greco ha ormai smarrito pressoché del tutto le “radici vitali” che ne contraddistinguevano le origini; radici di cui rimane invece traccia, a parere di Nietzsche, nella musica e nella religione popolare greche.

L’influenza di Schopenhauer

Vediamo in Nietzsche l’influenza di Schopenhauer, da cui raccoglie l’immagine di un mondo governato dal principio irrazionale del dolore, rispetto a cui l’esistenza umana, priva di un senso trascendente che sappia darne una spiegazione come si è soliti nel cristianesimo (=sofferenza in vita equivale a ricompensa nell’aldilà), non è che un istante effimero destinato alla morte. Alla negazione della vita tramite l’ascesi schopenhaueriane, Nietzsche oppone da sùbito un principio diverso, che accoglie piuttosto la coraggiosa accettazione del dolore quale viene testimoniata dagli eroi della tragedia greca.
La rinuncia a ogni soluzione consolatoria, di ordine metafisico o religioso, non può ai suoi occhi che comportare l’accettazione dell’irrazionalità dell’esistenza, l’amore «per le cose problematiche e terribili» di cui è fatta la vita, l’amore, in definitiva, per la vita stessa.

I temi del vitalismo romantico e Goethe

Questa passione nei confronti della vita viene influenzata da autori come Goethe, dal cui naturalismo Nietzsche raccoglie gli accenti paganeggianti e anticristiani. Di Goethe Nietzsche sottolinea il motivo della celebrazione positiva della vita, vista come volonta, forza espansiva infinita; i dolori e la crudeltà che la vita stessa infligge all’uomo non devono spingere a rinunciare alla vita, a volere il nulla: di fronte alla crudeltà della vita bisogna essere più crudeli, occorre rispondere con "più vita". Al tema della vita Nietzsche perviene grazie anche all'influenza della concezione musicale di Richard Wagner.

Le tesi estetiche di Wagner

Convertitosi alla metafisica schopenaueriana, Wagner vede nella musica l'arte dell'interiorità per eccellenza; ritiene la musica l'unico modo che ci permette di squarciare il velo di maya e andare oltre la rappresentazione, il fenomeno, oltre la razionalità, oltre il concetto e vedere l’essenza della vita che, come abbiamo visto è il carattere tragico di essa.
L'adesione entusiasta alle tesi estetiche wagneriane spinge il giovane Nietzsche a vedere nel musicista tedesco il modello di "artista tragico" destinato a rinnovare la cultura del secolo. Con Wagner, a partire dal 1868, Nietzsche stabilisce un intenso quanto contraddittorio sodalizio che si concluderà dieci anni dopo con una rottura drammatica

Apollineo e Dionisiaco

Dunque, se l'arte è la chiave di volta per accedere alla vita, se noi possiamo comprendere effettivamente la realtà esterna tramite l'arte, la filosofia di Nietzsche non può che assumere dei concetti artistici che ci permettono di mettere in luce il significato più profondo che sta alla base, sotto il velo di maya e cioè il senso tragico dell'esistenza; questi concetti artistici, dunque, li dobbiamo prendere necessarimente dall'arte greca e in particolare da quel momento dell'arte greca in cui i Greci hanno raggiunto la fioritura massima, che non è come abbiamo detto prima il momento dell'arte classica, della classicità, dell'armonia ma, la TRAGEDIA GRECA, la massima espressione artistica e culturale della civiltà ellenica perché in essa si incontrano le due grandi forze che animano lo spirito greco, l’apollineo e il dionisiaco. Lo sviluppo dell’arte greca è legato al dualismo di questi due elementi ed in essi acquista visibilità il contrasto degli opposti (caos e ordine, nascita e morte, ascesa e decadenza, generazione e corruzione) che è il fondamento ontologico della vita. La duplicità dell’istinto artistico greco si mostra attraverso le maschere di Apollo e Dioniso:


• Apollo è il Dio della luce e della chiarezza, della misura e della forma, dunque l'apollineo è tutto ciò che ha a che fare con la razionalità, con la forma, con l'armonia con la bellezza intesa appunto come perfezione delle forme che noi possiamo notare nelle statue greche, nell'architettura greca.
• Dioniso è il Dio della notte e dell’ebbrezza, del caotico e dello smisurato: il dionisiaco, dunque, simboleggia l’energia istintuale, l’eccesso, il furore.
Queste due grandi forze stanno alla base dell'arte greca e raggiungono l'unità perfetta o il miracolo metafisico quando si combinano assieme nella tragedia greca, fusione perfetta, appunto dell'elemento apollineo e l'elemento dionisiaco.
L'aspetto preponderante, dice Nietzsche, non è come pensavano i filologi classici, ovvero l'apollineo che dava un’immagine della grecità dipinta dal classicismo, ma il dionisiaco perchè la tragedia dal punto di vista etimologico nasce proprio in questo momento, dal coro o meglio dai seguaci di Dioniso, nelle processioni dionisiache. Il termine tragedia viene da Trdos (=capro) e Ode (=canto), quindi il canto dei capri, ovvero i seguaci di Dioniso che, travestiti da satiri, mettevano in scena la processione dei capri che va dietro al Dio Dioniso; l’eroe tragico non è che una maschera del dio, del quale ripete le sofferenze; nella morte dell’eroe è Dioniso stesso che muore, per poi nuovamente rinascere.

Dunque il dionisiaco è il senso irrazionale che sta alla base della vita, è la vita nella sua realtà vera, cioè non armonia ma disordine, è gioia ma è anche dolore; dunque questo carattere fondentale della filosofia nietzschiana, ovvero la totale accettazione della vita, si affianca a questa “forza” dionisiaca, che ci permette di dire sì alla vita in tutti i suoi aspetti; se riportiamo l’apollineo nelle categorie umane, invece, esso è il SOGNO, la razionalità che l'uomo utilizza per dare un senso alla vita che è essenzialmente tragedia, dolore. Nietzsche dunque preferisce il Dionisiaco.

Nietzsche interpreta come decadenza l’intera storia dell’Occidente, a partire dalla vittoria dello spirito scientifico-socratico sullo spirito musicale-dionisiaco della tragedia greca; la tragedia muore per mano di Euripide, che non mette in scena più né Apollo né Dioniso, ma Socrate. Euripide infatti «porta lo spettatore sulla scena» e trasforma l’azione drammatica in dibattito teorico, riproduce nell’arte la mediocrità del quotidiano abbandonando la profondità religiosa del mito. Con Euripide la tragedia sopravvive così nella sua “forma degenerata” e ciò che risulta messo in scena non è più la “tensione epica”, ma la struttura razionale della realtà. Nietzsche interpreta dunque l’età di Euripide e di Socrate come un’età di decadenza, mentre considera importantissime le tragedie di Sofocle ed Eschilo, il cui senso tragico dell’esistenza viene fuori nella sua maniera più perfetta.

Quindi, da Euripide in poi sia l'arte sia la filosofia cercheranno di negare il senso tragico dell'esistenza, fino però al periodo in cui vive Nietzsche, in cui questo senso sta riuscendo fuori grazie anche all'opera di Wagner in cui la rappresentazione è mediata anche dalla musica e dal coro tragico; nelle opere di Wagner, dunque, possiamo rivedere la grandezza delle tragedie greche: riemerge quindi il senso tragico dell'esistenza.

Il periodo illuministico

Il distacco da Schopenhauer e Wagner

In questo periodo, che inizia più o meno con la pubblicazione di determinate opere come “Umano troppo umano”, “Aurora e la gaia scienza”, il punto di vista di Nietzsche si rende indipendente dai suoi modelli precedenti: Schopenhauer e Wagner.
• In Schopenhauer abbiamo visto la concezione artistica, l’arte vista come unico modo per superare il velo di Maya e scoprire in effetti quello che c’è dietro, cioè questa concenzione tragica della vita; in realtà Nietzsche non aveva abbracciato il pessimismo schopenhauriano, ma solo la sua visione artistica, infatti contrapponeva al suo pessimismo una visione positiva, un’accettazione totale della vita.
• La comunanza di Nietzsche con quest’ultimo era fondata su un principio fondamentale, di far rinascere lo spirito tragico e il dramma Wagneriano veniva preso come modello da Nietzsche; il sodalizio tra i due amici però si spezza nel momento in cui lo spirito romantico di Wagner, nella sua nuova opera Parsifal, si avvicina al cristianesimo; questo viene interpretato da Nietzsche come un tradimento, quindi si arriva ad una frattura e rottura anche di un’amicizia.

L’arte come illusione

Questo è quindi un periodo particolare, caratterizzato dal desiderio di Nietzsche di formarsi una cultura scientifica che lo spinge a leggere trattati di fisica, di antropologia, di psicologia, di chimica; questo lo porta ad avvicinarsi alla scienza per contrapporla alla visione artistica: all’arte, subentra ora, come via di accesso alla comprensione del mondo, la scienza; infatti l’arte viene chiamata in giudizio come un’illusione che la critica scientifica deve smascherare. Essa non viene più vista come la forza che può fare uscire la civiltà moderna dalla sua decadenza, ma come una forma “superata” dell’educazione dell’umanità (e qui Nietzsche pensa ormai anche all’arte wagneriana). Al contrario dello scienziato, l’artista esprime “una moralità più debole” nei riguardi della conoscenza e della verità. La scienza come esercizio del dubbio
Per scienza, tuttavia, Nietzsche non intende le scienze positive, ossia l’insieme delle conoscenze e delle verità particolari sul mondo offerte dalle discipline specialistiche del suo tempo, né tantomeno l’analisi dei concetti e delle procedure della ragione come era stato fatto da Socrate a Hegel; scienza è invece, per Nietzsche, essenzialmente analisi critica, esercizio del dubbio, metodo del sospetto. Da essa, dunque, Nietzsche non si aspetta tanto un’immagine del mondo più vera e oggettiva di quella offerta dall’arte, semplicemente ritiene che la scienza possa aiutarci a rischiarare il mondo delle nostre rappresentazioni, dando una visione disincantata della realtà, come i lumi dell’illuminismo che rischiaravano la strada dell’uomo.
Dunque Nietzsche diventa “illuminista” e, in analogia con quello dello scienziato, adotta come metodo del buon filosofo quello critico e storico: critico perché egli assume il sospetto a criterio di analisi anche delle verità apparentemente più certe; storico nel senso che egli non crede a “realtà eterne” e “verità assolute”, ma concepisce l’uomo e i suoi valori come un risultato delle circostanze storiche e del gioco delle forze che operano al suo interno; quindi riconduce la natura umana agli elementi basilari, alle sensazioni, mentre cancella la parte relativa all’enciclopedismo, che avvicinerebbe troppo l’illuminismo al positivismo (quando abbiamo studiato il positivista Comte, infatti, abbiamo visto come quest’ultimo tende a raggruppare tutto il sapere e porlo gerarchicamente in un determinato ordine, poiché suo scopo era di creare un’enciclopedia del sapere).
La metafisica come errore
Nietzsche rivolge un violento attacco al concetto di “trascendenza”: cattiva filosofia è quella che “duplica” il mondo, immaginando idealisticamente una realtà in sé, dietro ai fenomeni; la credenza in una cosa in sé, al di là della realtà fenomenica, è solo un errore della ragione, che non può avere pretese di verità. Le ipotesi metafisiche, così come quelle religiose, sono il frutto di un inganno cui l’uomo volontariamente sottosta per tollerare la propria caducità e la propria debolezza, per poter dare un significato infinito della propria esistenza; la metafisica, dunque, è «l’errore fondamentale dell’uomo».
L’esito di questa svolta è l’analisi spietata della cultura dell’età moderna, di cui Nietzsche annuncia lo stato di malattia. I grandi modelli culturali ottocenteschi, da questo punto di vista, non sono altro che «raffinati imbrogli»: il Romanticismo, perché espressione di uno spirito pessimista, estetizzante e decadente; l’idealismo, perché pretende assurdamente di realizzare una comprensione totalizzante e definitiva della realtà; il positivismo, infine, in quanto ingenuo ottimismo che riduce la scienza a sistema
Nietzsche condanna anche la morale, poiché ritiene che i valori morali bloccano l’esistenza, iscrivendola nella cifra della trascendenza, quindi negano la vita, che dovrebbe essere esplosione di forme; ciò di cui vi è bisogno, a suo parere, non è la morale, ma la filosofia, in particolare quella degli antichi, dei presocratici, che erano stati gli unici filosofi a chiedersi l’origine del mondo, ma a chiederselo guardando alla concretezza e non alla metafisica: come Eraclito e la sua considerazione sulla nascita delle cose dal loro contrario.
La metafisica, affermatasi nella tradizione occidentale, ha negato che le cose derivassero dal loro opposto e ha affermato che le idee e i valori del mondo non potevano che avere un’origine “superiore”, ossia provenire “dall’alto”, da Dio o da una misteriosa cosa in sé. Nietzsche, al contrario, smaschera queste concezioni come illusioni, ne riafferma la radice non alta e trascendente ma “ umana”, «bassa e perfino spregevole». Scriverà in Ecce homo: «Dove voi vedete le cose ideali, io vedo cose umane, troppo umane».

La Gaia Scienza

Lo spirito libero

A questo punto quindi abbiamo un uomo che rinuncia alla morale, alla metafisica ed è pronto per affrontare un altro tipo di vita; l’ideale di uomo di questo periodo è il cosiddetto “spirito libero”, che sostituisce il genio artistico del periodo precedente e affronta la vita in un altro modo: è il grande scettico, quell’uomo che si avvicina alla ragione mettendola però in discussione, quindi senza accettare acriticamente tutto ciò che proviene da essa. È dunque l’uomo che ricerca la verità e sa bene che la scienza non ci può dare certezze, ha i suoi limiti, i suoi errori, però ha un valore grandissimo: quello di aver rischiarato l’umanità dai suoi dubbi di averla liberata dagli inganni del passato, quali la metafisica, la religione, la morale, ed è pronto per affrontare la vita in un altro modo, in maniera più positiva; è dunque il Cristoforo Colombo della situazione, che abbandona il vecchio continente, sfida l’oceano per trovare una nuova via per le Indie. Da qui il riferimento agli uomini coraggiosi del passato, gli spiriti liberi, che sono per esempio i sofisti: la sofistica può essere considerata il periodo dell’illuminismo greco; anche gli uomini del rinascimento e umanesimo, l’uomo faber, l’uomo artefice del proprio destino che appena uscito dal medioevo riscopre la sua libertà, che può scegliere di salvarsi o di dannarsi; gli uomini forti del presente, come Napoleone, che pochi anni prima aveva conquistato l’Europa; questi sono gli spiriti liberi a cui fa riferimento, contrapposti a i nemici come Bismarck, per esempio, oppure uomini caratterizzati dal razionalismo socratico oppure dalla falsa morale come Rousseau; questi sono gli ideali che devono essere eliminati, non presi in considerazione.

La filosofia del mattino

Questa visione è la visione più positiva, più ottimistica, Nietzsche sta vivendo uno dei periodi più sereni della sua vita; dopo la rottura con l’amico Wagner si sta riprendendo e vede le cose da un punto di vista più positivo: abbiamo un uomo che riesce a prendere in mano la propria vita, la propria situazione, la propria morale e che affronta positivamente il destino e si fa artefice di esso ma non perde di vista la storia, non la nega, ma la accetta, si sente in effetti erede della storia sia per la parte positiva, le vittorie, sia per la parte negativa, le sconfitte; quindi si sente l’erede di tutti gli eventi storici sia positivi che negativi, dunque in un certo senso erede dell’umanità; ha una responsabilità dell’uomo che consapevole degli errori del passato se ne libera e affonta in maniera diversa, più positiva, la realtà.
Però la figura dello spirito libero rimane sempre una figura di attesa, di passaggio, quindi la sua viene considerata la filosofia del mattino, che ha dinnanzi a sé il giorno, la vita, delle scelte ma che non sa queste scelte dove lo condurranno; quindi ha tutto l’entusiasmo di chi sta ricominciando e ha davanti a sé tutte le scelte possibili ed immaginabili.

La morte di Dio

Dopo di questa abbiamo la cosiddetta Filosofia del meriggio; quindi se all’inizio eravamo con tutte le possibilità davanti, ora tutte queste possibilità stanno prendendo una determinata piega. Concetto cardine su cui fonderemo la nostra analisi è “il concetto di morte di Dio”, dove se ne parla nell’aforisma 125 della Gaia scienza (opera precedente a questo periodo, quindi periodo illuminista); questo concetto è fondamentale non perché Nietszche voglia dire banalmente che ormai al giorno d’oggi a Dio non crede più nessuno, oppure non perché voglia addentrarsi in una discussione metafisica per dimostrare l’inesistenza di Dio; a Nietzsche interessa constatare che Dio è l’insieme di tutte le certezze che a partire dal Cristianesimo l’uomo ha iniziato a creare, certezze che ora stanno venendo meno: con “morte di Dio” intende quindi il crollo di tutti i valori che sono stati costruiti in passato.

Nichilismo

Quindi c’è l’avvento del cosiddetto Nichilismo (dal latino “nichil”  nulla), ovvero l’assenza di ogni valore o punto di riferimento; secondo Nietzsche, però, l’uomo di fronte a questo smarrimento deve mantenere un atteggiamento ATTIVO, POSITIVO e rendersi conto che, in mancanza di valori, è l’uomo stesso a dover “diventare Dio”, a dover porsi nelle condizioni di darsi dei punti di riferimento.
Nietzsche era d’accordo con Schpenhauer sul fatto che la vita fosse tragica, ma mentre Schopenauer riteneva che l’uomo dovesse avere un atteggiamento rinunciatario nei confronti della vita, Nietzsche abbracciava un atteggiamento di completa ACCETTAZIONE della vita.
Da questo concetto fondamentale della morte di Dio nascono i 3 concetti cardine della filosofia di nietszche:
1. Il concetto di superuomo
2. Concetto di eterno ritorno
3. Concetto di volontà e potenza
Il superuomo  In “Così parlò Zarathustra” abbiamo questo profeta (alter ego di Nietzsche, il cui nome deriva da zorohastro, il profeta del maniteismo, una teoria precristiana) il quale annuncia agli uomini una novità: il superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato, dice il profeta; così come la scimmia è stata superata dall’uomo, quest’ultimo deve essere superato dal superuomo. Questi termini di carattere nettamente evoluzionistico hanno portato ad una interpretazione faziosa delle idee di Nietzsche: infatti i nazisti hanno utilizzato le tesi di Nietzsche per fare del superuomo l’ispirazione dell’ariano contrapposto alle razze inferiori; in realtà Nietzsche fu interpretato malamente e per comprendere meglio questo concetto di superuomo, il filosofo Giovanni Vattimo ha proposto di fare riferimento ad un termine tedesco, il quale viene tradotto non come superuomo ma con OLTREUOMO, quindi qualcosa che va oltre.
In quest’opera e in quelle successive, il Superuomo oscilla tra le caratteristiche dell’uomo dell’umanesimo, ovvero l’uomo faber artefice del proprio destino, e dell’avventuriero barbaro, che è spinto da un impulso distruttivo più che costruttivo. Queste due caratteristiche fondamentali si fondono in una visione particolare di un uomo che è in grado di salvare l’uomo dal nichilismo, di portare dei valori di positività, di gioia, ma allo stesso tempo di far capire all’uomo che la vita non è solo gioia ma anche dolore, dunque porta l’uomo all’accettazione totale della vita nella sua tragicità, in tutti i suoi aspetti sia positivi che negativi; per questo diremo che il Superuomo si pone in antitesi al crocifisso poiché esso è il simbolo della rinuncia, della sconfitta.

Eterno ritorno dell'uguale: non si può comprendere la concezione del Superuomo senza riferirla alla dottrina dell’eterno ritorno dell’eguale; essa viene presentata come il risultato di un’intuizione: il tempo non ha fine ed il divenire non ha scopo. Il corso del mondo non è retto da alcun piano provvidenziale e il tempo non procede in modo rettilineo né verso un fine trascendente, né verso una finalità immanente. L’uomo della cultura occidentale è dunque prigioniero di una errata concezione lineare del tempo secondo cui ogni cosa ha un inizio e una fine, un principio e uno scopo; in questa visione, il passato ci condiziona in quanto irreversibile e il futuro si impone come un evento sempre incombente che ci impedisce di godere del presente. A questa concezione lineare che è nata col cristianesimo ed è peccato, redenzione e salvezza, Nietzsche oppone invece una concezione ciclica, ripresa dalla tradizione antica, presocratica e orientale, secondo la quale gli eventi sono destinati eternamente a ripetersi in un tempo circolare. Ogni istante vissuto, ogni piacere e ogni dolore, sono già esistiti infinite volte e infinite volte, in eterno, esisteranno.
Vi è tuttavia il pericolo di incorrere nel Nichilismo, poiché l’uomo potrebbe accettare il fatto che nella vita nulla accade di nuovo, che la vita stessa, imprigionata nella circolarità del tempo, è inutile così come inutili e vani si rivelano gli atti di volontà degli uomini; però, dice Nietzsche, l’uomo superiore non è colui che accetta, rassegnato, le cose così come esse accadono, bensì è proprio couli che che volontariamente vuole per sé quella legge universale che gli altri enti si limitano a seguire ciecamente; così facendo egli trasforma il caso in una necessità consapevolmente assunta e voluta.
Questa dottrina fa pervenire ad una nuova concezione dell’agire umano: nella visione lineare del tempo ogni istante acquista significato solo se legato agli altri, che lo precedono e lo seguono; nella visione ciclica, invece, ogni momento del tempo diventa carico di senso, interamente. L’attimo presente può e merita perciò di essere vissuto per se stesso, come se fosse eterno.
A questo punto, Nietzsche, formula quelle che sono le sue 2 raccomandazioni fondamentali:
1. Poniti sempre dal punto di vista del momento che stai vivendo e consideralo sempre non come frutto del caso e della necessità ma come frutto della tua volontà.
2. Vivi quel momento e vivilo in modo tale da desiderare di riviverlo più e più volte.
Solo un uomo perfettamente felice potrebbe volere l’eterna ripetizione di ogni attimo della propria vita e la sua felicità può compiersi solo in una cornice di temporalità ciclica, quindi solo abbracciando la legge dell’eterno ritorno; l’unico uomo che può accettare questa legge è il superuomo: l’eterno ritorno ed il superuomo sono concetti strettamente legati insieme perché l’eterno ritorno può essere accettato solo dal superuomo così come il superuomo può esplicare se stesso solo ed esclusivamente nella dimensione dell’eterno ritorno in cui ogni istante ha un senso.
Volontà e potenza: Altro concetto chiave è il concetto della volontà di potenza che va intesa in parte come volontà di dominio e di prevaricazione sugli altri uomini ma non è solo questo poiché la volontà di potenza di nitzsche non può essere banalmente ricondotta solo a questi concetti ma a qualcos’altro. Già quando Nietzsche parlava dello spirito libero ci teneva a fare la distinzione fra uomini liberi e forti, gli uomini dell’umanesimo, gli uomini capaci di creare il proprio destino da un lato e i barbari dall’altro che sono stupidamente violenti; il superuomo non può essere una bestia poiché ha superato l’uomo e non può essere ricondotto all’uomo primitivo.
Viene così ora in primo piano la nozione di volontà di potenza, come tratto distintivo della nuova condizione di felicità del superuomo. Il termine “Volontà di potenza” non è la semplice volontà di dominio e di prevaricazione sugli altri uomini con la forza e barbaramente; la forza brutale dell’uomo primitivo deve essere sublimata in qualcosa di più socialmente accettabile, come la competizione; dunque la volontà di potenza è la volontà dell’individuo di affermare se stesso di fronte al nulla dei valori, all’assurdità del mondo; soggetto di volontà di potenza, di conseguenza, è colui che ha la forza per affermare la propria prospettiva del mondo. Il tipo d’uomo fondamentale diventa l’artista, ma non il romantico caratterizzato dal sentimentalismo, bensì l’artista tragico, colui che sa che la vita ha in sé aspetti sia positivi, sia negativi e li accetta totalmente.

La distruzione della tradizione occidentale

In questi anni abbiamo dunque visto la parte della sua filosofia costruttiva, ma negli anni successivi, che lo condurranno lentamente alla pazzia, Nietzsche cercò di fissare i principi della sua parte distruttiva. Vediamo la nuova attenzione che egli ora pone ai temi politici e ritornano due tematiche degli scritti giovanili: l’antistoricismo e l’utopia di un rinnovamento generale della civiltà, infatti il compito che egli si assunse era quello di creare una civiltà nuova, la quale si ponga in antitesi alle civiltà del passato; di conseguenza compito del filosofo diventa quello di creare anche nuovi valori, facendoli accettare dagli uomini.

Nietzsche vede il suo tempo come un “deserto” in cui l’uomo si è definitivamente perduto e subisce passivamente i valori che gli vengono dati, come l’obbedienza; è quindi costretto in una moralità fatta apposta per l’uomo che, anziché guardare i valori del passato ed essere artefice del proprio destino, si accontenta di ripiegarsi a quella che è la morale del gregge, una morale passiva; questo porta l’uomo ad esaltare i valori antivitali, quei valori che a partire da Socrate e poi con il Cristianesimo hanno sostituito i valori istintuali, del Dionisiaco; dunque la vita è stata inglobata dal pensiero, dalla razionalità. Tutto questo ha portato ad un tipo di moralità particolare, fondata sul concetto di umiltà, di abnegazione, di sottomissione contrapposte ai valori vitali che sono i valori della forza, dell’affermazione, del coraggio, i valori di una morale aristocratica e non di una morale servile. Il sentimento che ne è il fondamento nascosto è il risentimento, che è lo stato d’animo di malafede proprio dell’uomo “schiavo” che non sa accettare la propria impotenza, che non ha la forza di affermarsi sulle sofferenze della vita. Espressione del risentimento, la morale è pura volontà di vendetta dei sofferenti e dei mediocri contro i felici, vendetta che conduce alla negazione della volontà di potenza, cioè al rifiuto della vita stessa: è la degradazione nichilistica del mondo. Questa morale della schiavitù caratterizza tutte le religioni ed in particolare il cristianesimo, tant’è vero che gli uomini che dovrebbero essere i più santi covano dentro di loro la morale del risentimento, della vendetta.

La trasvalutazione dei valori

A questo punto quindi se la morale altro non è che la vendetta dei deboli sui più forti bisogna combattere questa morale che è venuta fuori con le religioni e bisogna farlo attraverso la trasvalutazione dei valori, quindi facendo emergere i valori veri e vitali; il protagonista di questo cambiamento è di certo il superuomo il quale non cova risentimento nei confronti della vita, delle sue sofferenze, ma la accetta dionisiacamente, affrontando il nichilismo: infatti se i valori vitali sono assenti, sarà il Superuomo stesso a crearseli e a dover educare il resto del mondo a questi valori dionisiaci, positivi, creando una nuova umanità.
Dunque vediamo che la concezione politica di Nietzsche è una concezione aristocratica, aristocrazia non del sangue e del denaro legata alle classi sociali (poiché sappiamo che Nietzsche fu utilizzato anche in quel senso, piegato alla giustificazione del nazismo), bensì intesa in senso morale, ideale, una classe di uomini grandi che accettano totalmente la vita, l’eterno ritorno e guideranno l’umanità al rinnovamento verso i valori del dionisiaco.

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