pexolo di pexolo
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Uomo tragico

Dionisiaco


Nozione nietzscheana che ha subito molti fraintendimenti; se le arti si rifacessero platonicamente alle idee, riproducendo i modelli, il dionisiaco sarebbe pura follia, qualcosa di orgiastico, sfrenato, non equilibrato. Esso è opposto all’istinto apollineo, ovvero all’equilibrio, l’armonia, il «mondo limpido degli olimpici»: qualcosa che si può rappresentare senza avere alcuna sbaffatura; tali istinti non possono essere intesi in senso patologico, perché in tal caso avremmo due opposte soluzioni: considereremmo cioè salute der Rausch (l’ebbrezza) e malattia der Traum (il sogno), questo comporta inevitabilmente un’interpretazione vitalistica di Nietzsche (considerandola una filosofa della vita), mentre a lui non interessa considerare l’uno più fisiologico dell’altro, sono entrambi fisiologici come alternarsi di vitalità e di ebbrezza, contraddistinti per das Bild (la forma, la figura, l’individuazione: mentre il principio dionisiaco è l’informe, quello apollineo è il formato, ciò che è legato al destino del Bild). Se rifiutassimo la concezione metafisica schopenhaueriana, sarebbe inevitabile considerare come fecondo all’arte il solo apollineo, mente il dionisiaco andrebbe visto come una forma patologica, di uomini passionali e disorganizzati; se invece accettiamo il discorso fatto da Schopenhauer, diremmo che sono gli apollinei ad essere dei malati, dei disorganizzati: freudianamente, considereremmo gli apollinei repressivi, in quanto coprono un calderone ribollente, estremamente vivo, fluido, magmatico, dove tutto sta bollendo. Essi, incontrandosi ed «eccitandosi reciprocamente, generano l’opera d’arte, altrettanto dionisiaca che apollinea, che è la tragedia attica»; pur essendo in antitesi, in forte contrasto, vengono quindi a comporsi costituendo la tragedia attica. Nietzsche non dà un’interpretazione antropologica di questi due istinti, secondo cui in ogni civiltà potrebbe configurarsi un apollineo ed un dionisiaco, in quanto li considera due caratteristiche essenziali, fondamentali dell’uomo tragico e non una caratteristica di tipo antropologico, che sarebbe riscontrabile in ogni civiltà attraverso una tecnica; la Grecia è un mito epocale proprio perché è riuscita a canalizzare questi due impulsi attraverso l’arte, addomesticando l’uno e dinamicizzando l’altro.

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