Mongo95 di Mongo95
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Nietzsche postula l’antinomia tra natura e civiltà, intendendo come elemento chiave della seconda la struttura morale e religiosa. L’obiettivo finale del sistema di dominio morale, quel sistema che viene chiamato civiltà e che crea e poi utilizza l’etica e la religione come elementi assiali, è per Nietzsche possedere l’uomo. Il suo compito è conformarlo ai dettami morali che costituiscono la civiltà. L’effetto di questo conformamento è un progressivo spegnimento di tutte le sue capacità reattive originarie. Quindi indebolire l’uomo, estenuarlo nelle sue capacità naturali. La strategia utilizzata a tale scopo consiste in un suo progressivo denaturamente, cioè il progressivo divorzio dell’uomo dalla sua dimensione naturale. Ciò avviene in tre modi:
1. Instradare l’uomo verso l’idealismo illusiorio, che non corrisponde al suo stato naturale e ne cause il denaturamento

2. L’anchilosamento, l’intorpidimento, l’estenuazione dei suoi istinti naturali e vitali. Ciò è l’effetto diretto della prima strategia
3. L’introiettare nell’uomo dei valori antinaturali, antimondani, frustranti e repressivi. L’uomo non se ne rende poi nemmeno più conto.
Il quadro che ne deriva si qualifica appunto nello snaturamento dell’uomo. Questa radicale antinomia postulata da Nietzsche tra natura e civiltà suscita però non poche perplessità. Si è accusato il filosofo di eccessiva semplificazione, di utilizzare una nozione di natura umana da contrapporre a civiltà troppo generica e ambigua, che non poteva più essere assunta come plausibile, come antitesi originaria incontaminata al polo civilizzato. L’uomo naturale, forte, sano, vitale, è solo una figura retorica e di maniera, tanto quanto il mito nietzschiano di felicità realizzabile solo allontanandosi dal polo civilità-società-morale-religione. È vero, Nietzsche, e non solo in questo contesto, pecca talvolta di semplificazione, ma resta il fatto che ha proposto un discorso che non è né isolato, né banale, quasi profetico dal punto di vista teorico: sarà tema centrale nel Novecento, soprattutto in Freud o Marcuse, con la problematica relazione tra uomo individuale nel suo status naturale e la cultura sociale che impone codici e norme di carattere etico che comprimono e creano disagio.
Per Nietzsche, in sintesi, la morale tradisce l’uomo naturale e lo snatura, ed evidenzia tre tradimenti:
a. La falsificazione teleologica (“angelismo”): la morale spinge l’uomo verso obiettivi mistificanti e inappaganti. L’uomo viene avviato verso il traguardo celeste degli ideali e dei valori. Il tal modo smette di essere bestia per tentare si farsi angelo, solo che così abbandona la propria autentica identità, il proprio spazio. L’inevitabile esito è l’estenuazione e l’indebolimento della propria realtà vitale. Si ha la dialettica bestia-angelo, che è tanto più forte quanto più l’uomo si vergogna della propria natura animale.
b. Repressione delle pulsioni ineludibili e giuste. La morale persuade l’uomo che gli istinti sono “brutti e schifosi” e che ce ne dobbiamo vergognare. Da Aristotele a Vico, la vergogna è sempre stata un istinto positivo, perché sorgente di conformazione sociale, creazione di buoni sentimenti. Per Nietzsche invece, sarà anche vero che la “vergogna è la madre della società” (solo vergognandosi ci si autodisciplina), ma è anche vero che è veleno per l’individuo, prigione. L’uomo si vergogna progressivamente di sé e della propria natura istintuale e si va a imprigionare nella magia della società e della pace. L’uomo naturale è diventato uomo civilizzato per non perire. Gli istinti primari vennero improvvisamente divelti e svalutati. Quindi, da dove erano pienamente adattati nella natura e dalla natura, vengono spostati all’invenzione della “coscienza”, l’organo più miserevole e esposto ad ogni errore. È l’origine della “cattiva coscienza”, che denuncia come negativi i primari istinti naturali umani.
c. La morale e la religione ignorano le conseguenza di tale repressione, cioè il fatto che gli istinti, non espressi all’esterno, si rivolgono contro l’individuo stesso, determinando una situazione patologica. Come conseguenza si ha la ribellione degli istinti e la genesi del’anima. Infatti bloccare gli istinti non significa eliminarli, ma solo bloccarli nel loro autoespressivo cammino naturale. Le passioni, inibite, si ribellano alla morale e cercano comunque un proprio sfogo, non più all’esterno, dove c’è il mondo controllato dall’etica e dalla civiltà, ma all’interno, in un processo di interiorizzazione. Questa è la conseguenza più nefasta, e con questo deposito di istinti si crea quella che si andrà a definire come anima.

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