Mongo95 di Mongo95
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Marcuse legittima la dimensione estetica attraverso la critica del giudizio di Kant. Ma fa un passo ulteriore, con l’ordine di bellezza istituito dell’immaginazione creativa, che può diventare modello di una civiltà non repressiva. Da questo momento in poi il discorso ruota intorno a questo concetto: dimensione estetica applicata alla dimensione socio-politica, in un modello non repressivo. È Schiller colui che per primo ha fatto il grande passo, applicando in chiave civile e politica l’analisi estetica meramente tecnica di Kant, individuandone le capacità liberatrici. È un po’ la guida dell’ultima parte del testo.
La civiltà non repressiva si fonda anche su un ripensamento dei rapporti tra le facoltà. Infatti, la civiltà repressiva gioca sul soggiogamento da parte delle facoltà superiore. Al contrario, nella dimensione estetica questa situazione di sperequazione deve cessare di esistere, conciliare facoltà sensoria e razionale. Il passaggio a una civiltà estetica implica anche una perequazione nel rapporto tra facoltà cognitive e una liberazione della sensualità. Discorso già affrontato anche da Schiller in chiave politica. La liberazione dei sensi non porta alla distruzione della civiltà, ma piuttosto la solidifica e aumenta le sue potenzialità. Proprio in virtù della libertà espansiva la dimensione estetica garantisce la vera libertà dell’uomo, non dalla necessità, ma una libertà di. La conciliazione tra facoltà non avverrebbe soltanto a livello conoscitivo, ma anche volitivo: non c’è più contrasto tra desideri della sessualità e l’imposizione della legge morale. Nella dimensione estetica, desideri e leggi coincidono, autodeterminazione dell’uomo in cui la sensualità non è più un disturbo rispetto alla ragione. Sublimazione della sensualità e desublimazione della ragione.

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