Mongo95 di Mongo95
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E' oggi impervio il compito del filosofo che voglia porre la domanda filosofica sul dolore. Perché, per porla, bisogna rompere l’accerchiamento di una mentalità dominante di anestesia culturale, alimentata dalle fughe dal significato e dalla libertà, ma anche dall’adesione remissiva ai paradigmi antropologici dominanti. Occorre rompere il silenzio sul dolore e trovare di nuovo la strada impervia dell’interrogarsi in un contesto in cui dobbiamo avere consapevolezza dell’improponibilità delle risposte tradizionali.
Quali delle risposte offerte dalla storia del pensiero possono ancora avere loro rilievo?
Il dolore non è soltanto il segno della nostra miseria ma anche di una nobiltà incredibilmente profonda e preziosa. Anche se una prospettiva di questo tipo sembra piuttosto isolata nell’orizzonte postmoderno. Si tratta certamente di lenire il dolore nel limite del possibile, ma anche di trovare compagni di strada sulla comune via dell’interrogazione sul suo senso. Una ärtzliche Seelsorge. [Levinas] La sofferenza è una sorta di reclusione in se stessi, la condanna a se stessi, per questo in essa c’è un grido, un sospiro ed un pianto. Questa è l’origine della preghiera, la prima parola indirizzata all’assente. Medico è colui che ascolta questi pianti. Di conseguenza, nel suo soccorso all’altro, a questo primo appello dell’altro, la prima risposta è forse da medico, ascoltante. Non tutti sono medici in rapporto agli altri, ma indubbiamente questa attenzione medica all’altro costituisce una delle radici profonde della relazione interumana. L’incontro consiste nell’andare immediatamente in soccorso di una fragilità, realizzando una relazione che non è più semplicemente un conoscere. L’umano comincia avendo come primo valore quello di non lasciare il prossimo alla sua solitudine, al suo dolore e alla sua morte, la vocazione medica di ogni uomo.

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