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Inconscio collettivo e archetipi


Jung afferma che nell’inconscio, oltre a uno strato (che chiama inconscio personale), i cui contenuti constano di materiali riconducibili al passato personale di ciascuno, vi sono anche immagini in cui non vi è nulla di personale e che appartengono a uno strato più profondo, che è innato.
Jung lo chiama inconscio collettivo, perché i suoi contenuti sono gli stessi ovunque. È composto e strutturato da immagini primordiali collettive, dette archetipi, o anche categorie ereditarie, cioè immagini comuni presenti fin dai tempi remoti e che sono dotate di contenuto affettivo.
Jung trova il termine “archetipo” già in Filone (con riferimento all’immagine di Dio nell’uomo) e ne riconosce in Agostino il concetto (“le idee principali […]contenute nell’intelligenza divina”), come parafrasi dell’idea platonica, e vede nelle “rappresentazioni collettive” di Lévy-Bruhl, figure simboliche delle primitive visioni del mondo, qualcosa di molto vicino a ciò che intende per archetipo, anche se Jung lo considera un contenuto inconscio.
Archetipi si manifestano e sono rappresentati nelle favole e nei miti, il cui senso è quello di essere manifestazioni psichiche che rivelano l’essenza dell’anima.
Per la psicologia analitica è nel sogno che riemergono queste antiche immagini e si fa presente l’inconscio collettivo.
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