Mongo95 di Mongo95
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La capacità di domandare rende autentico l’esistere e grande il pensiero. La domanda è un modo di corrispondere alla manifestazione dell’essere degli enti, facendo leva sulla “differenza” fra l’essere e l’ente. Essa costituisce la vera e propria postura dell’uomo nel mondo. Ma l’unica possibile risposta al nostro domandare risiede nell’essere stesso della nostra domanda: solo tenendo aperta la domanda al di là di ogni possibilità di risposta, noi possiamo comprendere il senso dell’essere o corrispondere all’evento della sua verità. Il grande teme heideggeriano del nesso tra l’essere e il tempo si traduce nell’impossibilità di fare esperienza dell’essere come di un “dato”, essendo l’esperienza dell’essere quella di un possibile; e quest'ultimo poi risulterà sempre impossibile, perché il “destino” dell’essere starebbe nella sua stessa ritrazione, nel restare velato rispetto a ciò che di disvela, in definitiva nel suo carattere “finito”. Nella finitezza dell’essere, oltre che dell’uomo, Heidegger ha visto il fenomeno nascosto della storia e l’appello che in ogni epoca l’essere rivolte ai mortali provocando la loro risposta.

• L’ermeneutica della fatticità
Le matrici del percorso di ricerca di Heidegger sono: una rivisitazione critica della fenomenologia husserliana, intesa come l’unico metodo adeguato per sviluppare la ricerca filosofica, a patto di non intenderla più come un’analisi dei vissuti di coscienza, ma come un’interpretazione dell’essere stesso della vita; la riscoperta del cristianesimo primitivo come una modalità originaria di fare esperienza della finitezza dell’essere umano, cioè della sua temporalità e storicità, a patto di intendere il cristianesimo in modo ateo; l’appropriazione del pensiero di Aristotele come una descrizione di quel movimento che costituisce l’essere della vita umana, a patto di non seguire più l’interpretazione scolastica di Aristotele.
In ciascuna di queste tre direzioni ritroviamo due questioni attorno a cui ruotano i corsi tenuti da Heidegger negli anni Venti: Che cos’è la filosofia?; Qual è il modo di essere della vita?. La coappartenenza di queste due domande viene contrassegnata da Heidegger on il concetto di “vita fattuale”: questa coincide con il modo d’essere originario della vita, e cioè il “come” essa vive ogni suo contenuto o situazione. In questo “come” Heidegger individua il livello ontologico più proprio dell’uomo che risulta comprensibile solo mediante quella radicale e originale considerazione della vita che è la fenomenologia. Il suo compito è interpretare la vita come il modo d’essere originario del’esserci. Pertanto Heidegger intende la fenomenologia come ontologia, e l’ontologia come “dottrina dell’essere” non-oggettivo. L’esserci, infatti, è quell’ente il cui essere non è mai semplicemente “dato” ma è sempre in questione, è pura problematicità o autonoma motilità, continua interpretazione. L’ontologia assume così un significato ermeneutico. Il nesso strettissimo tra ontologia, ermeneutica e fatticità significa dunque che si può comprendere l’esistenza solo facendone esperienza, e viceversa che fare esperienza del proprio sé implica sempre una comprensione del proprio essere. L’ermeneutica è il nostro modo di essere uomini: comprendenti e interpretanti per il fatto stesso di esistere.

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