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Habermas - Agire comunicativo


Si tratta dell’ultimo esponente della Scuola di Francoforte, salito alla ribalta alla fine degli anni ’80 con Teoria dell’agire comunicativo e Etica del discorso. La sua prospettiva è di emancipazione sociale, che lo accomuna a tutta la Scuola, proponendo una prassi di valorizzazione dell’agire comunicativo.
In ogni società, infatti si è una contrapposizione tra due modi d’agire. Da un lato l’agire strumentale, legato al lavoro nel senso marxiano del termine, trasformazione dell’ambiente e delle risorse in vista di strumenti utili. Il pericolo è che anche gli esseri umani vengano interpretati nella stessa ottica, prassi diffusasi in tutte le società fino all’epoca industriale, necessità antropologica per società in difficoltà dal punto di vista dell’approvvigionamento delle risorse. Dall’altra l’agire comunicativo, cioè l’interazione nella comunicazione autentica tra gli uomini, in cui l’altro non è uno strumento ma si ha un reale interesse nei suoi confronti e verso i contenuti che intende proporci. Da noi interpretato come un fine in se stesso, come noi, e mai ci sogneremmo di trattarlo come puro mezzo. La comunicazione intesa in tal modo presenta una serie di requisiti che ciascuno di noi esige: rispetto della verità, reciprocità.
Secondo Habermas, la teoria dell’agire comunicativo diventa rilevante a partire dalla società industriale, in quanto la capacità produttiva e tecnologica ci ha tolto l’obbligo di dedicare tempo all’agire strumentale, che potrebbe anche scomparire definitivamente. Per poter realizzare davvero l’essere umano. Habermas fa parte della cosiddetta corrente della “teoria critica”, andando a cercare elementi teorici che possano aiutare a criticare la società a lui contemporanea nel suo sviluppo industriale avanzato, per fornirle delle correzioni significative, senza necessariamente cambiarne l’impostazione politica di fondo. Se in Marx, a livello antropologico, il lavoro come intervento umano sulla natura e trasformazione è un metodo di realizzazione del sé, e solo il sistema produttivo aliena il lavoratore; in Habermas invece la visione del rapporto uomo-uomo è piuttosto negativa. L’essere umano è stato obbligato a rapportarsi con la realtà tramite le modalità dell’agire strumentale. Società che sono state condannate alla predominanza dell’agire strumentale per la sopravvivenza (es. società agricole), atteggiamento che poi viene esteso anche ai rapporti umani. La società industriale è invece la prima che può aprirsi alla predominanza dell’agire comunicativo, non orientato al successo del processo (agire strategico), ma alla comprensione reciproca. L’agire strumentale non è l’unica via della vita lavorativa, ma solamente fino ad ora si è stati costretti a tale modalità d’azione.
Nell’agire comunicativo l’interlocutore non è più reificato. La comunicazione, se funzionante, segue logiche diverse dall’agire strumentale, perché non può negare di stare inseguendo qualcosa di ben poco strumentale, cioè la verità, in una serie di condizioni trascendentali del discorso, che non possono essere rifiutate nella comunicazione, nell’etica del discorso. L’etica può svincolarsi completamente dagli obblighi dell’agire strumentale, l’unica condizione a priori da chiamare in causa è la chiarezza reciproca. Tutti gli elementi che entrano in gioco nella comunicazione possono essere sottoposti a critica, cosa non possibile nel vincolo della produzione materiale.
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