Mongo95 di Mongo95
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Pensatore sudafricano di origine pakistana (n. 1957), vive in un ambiente povero e di apartheid, contro la quale diventa attivista, conoscendo anche Mandela e passando del tempo in prigione. Naturalmente il suo sostegno alla causa è dal punto di vista dell’Islam. Scrive, all’inizio degli anni ’90, il testo “Qu’ran, liberation and pluralism”.
Il discorso è più o meno lo stesso di quello di Shari’ati e Hanafi, cioè l’idea che il Corano è un libro che, lungi dall’imporre sottomissione, sollecita alla liberazione. La rivelazione del Testo è “progressiva”, cioè non è stato un avvenimento dato una volta per tutte, ma si è dipanata nel tempo in rapporto a precise circostanze e a precisi avvenimenti. Studiare come e perché certi versetti siano stati rivelati è un evidente lavoro storico, e i versetti abrogati e abroganti non sono reciprocamente contraddittori, semplicemente sono stati rivelati in circostanze diverse. Le caratteristiche dell’attività interpretativa riguardano l’interpretato, l’interprete e l’interpretazione. L’interpretato si sottrae spesso alle intenzioni dell’autore, e gli uomini non possono in alcun modo pretendere di conoscere le sue finalità e le sue motivazioni. In questo modo il testo assume un solido carattere oggettivo. L’interprete è l’aspetto soggettivo del circolo ermeneutico, un partecipazione al processo storico-linguistico, la formazione della tradizione. Data la sua formazione fenomenologica e ermeneutica, si approccia al testo individuando in esso sei chiavi di interpretazione dell’Islam, le cui tre più importanti sono:

1. taqwa: Interpretata nel senso di “assunzione di responsabilità”. Ci si sposta dal piano teologico al piano antropologico: l’adorazione di Dio non deve essere fine a se stessa, ma il presupposto di un’assunzione di responsabilità che il credente ha nei confronti di Dio e degli altri uomini, soprattutto nei confronti degli oppressi (nel caso di Esak, le popolazioni di colore del Sudafrica). Ciò porta a:
2. jihad: il combattimento per gli oppressi. Non assume il significato di “guerra santa”, ma lotta di liberazione per difendere e rivendicare i diritti degli oppressi. È una presa di coscienza, un modo di comprendere e di conoscere. È difensivo perché è rivolto ai diritti, offensivo perché si tratta di proporre una nuova società. Una pura questione di giustizia sociale (anche se Esak non ha un’impostazione marxista). Il jihad ha come fine:
3. nas: gli “uomini” (il termine è coranico). L’assunzione di responsabilità stimola al jihad, che è finalizzato al benessere del popolo.
Questo discorso, apparentemente poco originare, va contestualizzato all’ambiente sudafricano, portato avanti da un musulmano nero, che dà al Corano questa valenza di liberazione. Si tratti quindi comunque di un discorso nuovo, anche all’interno del’orizzonte islamico.
Il discorso di Esak tocca anche il pluralismo e condanna ogni chiusura religiosa: le religioni devono essere sorelle nel lottare per la giustizia. In Sudafrica, come Esak stesso ammette, la religione cristiana è stata utilizzata come strumento di emarginazione. Ma in sé il Cristianesimo, come l’Islam, è una dottrina di liberazione. Entrambe devono quindi collaborare avendo come fine il miglioramento delle condizioni del popolo. L’Islam è religione rivoluzionaria, che permette infine il pluralismo religioso all’interno di uno stato democratico.

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