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Nascita e sviluppo del Neopositivismo


Il Neopositivismo nasce come consapevolezza della necessità di una svolta radicale nella riflessione critica sulla scienza. Del Positivismo condivide l’idea che la scienza fornisca il “modello” di conoscenza valida e l’orientamento anti-meta fisico, ma se ne distingue soprattutto per la sua preminente attenzione all’opera di chiarificazione concettuale del linguaggio e degli statuti delle scienze e per la forte esigenza di rigore e coerenza logica. L’esperienza perde ogni aspetto soggettivo, in quanto è trattata in termini di protocolli e attraverso un linguaggio logico-formale.

Nello scritto La concezione scientifica del mondo del 1929 gli esponenti del Circolo di Vienna si pongono l’obiettivo di una scienza unificata, costituita su forti basi logiche e su un rigoroso metodo di analisi concettuale. I concetti della metafisica sono considerati come privi di senso, perché non sostenuti dai dati dell’esperienza, viziati da un uso improprio del linguaggio e non suscettibili di verifica. Validi sono riconosciuti i giudizi analitici (riconducibili a tautologie) e i giudizi sintetici (proposizioni riguardanti fatti verificabili). La conoscenza dipende da fattori linguistici e fattori empirici ed ha, alla base, il principio di verificazione: “il significato di una proposizione è il metodo della sua verifica” (Schlick).

Nei corso degli Anni Trenta il Neopositivismo sarà oggetto di profonde revisioni critiche, ad esempio da parte di Wittgenstein e Popper. Verrà, inoltre, criticata la pretesa a un’unità di metodo, la tendenza a privilegiare le scienze matematico-naturalistiche o a respingere come “metafisica” ogni tesi non riconducibile a un modello di verificabilità sperimentale e di coerenza logico-matematica.

Bridgman propone l’Operazionismo, per il quale il significato da attribuire a ogni concetto scientifico deve esser circoscritto alle operazioni empiriche — o al gruppo di operazioni — che vengono effettuate per elaborarlo e determinarlo. Sono dotate di senso solo le questioni rispetto alle quali è possibile organizzare delle operazioni volte a dare loro risposta.

Alla base della filosofia di Moore c’è il realismo; egli opera un’analisi degli atti linguistici nei quali si esprimono i rapporti fra soggetto conoscente e realtà conosciuta. Si assume il compito di difendere il senso comune, anche se in esso vi sono convinzioni errate. La filosofia deve, appunto, analizzare il significato delle proposizioni in cui si esprime il senso comune.

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