Mongo95 di Mongo95
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Etimologicamente, si tratta della “scienza dell’interpretazione”.
Nell’antichità, Platone la fa derivare dal dio Hermes, mediatore tra dei e uomini, quindi c’è un’idea di ermeneutica come mediazione tra mondo sensibile e intelligibile. Etimologia che non è del tutto lusinghiera (per la natura ingannatoria di Hermes), quindi l’opinione che l’interpretazione è comunque sempre legata all’ambiguità. Interpretazione che però permette la possibilità di accedere alla sfera dell’alterità, cioè passare ad un altro orizzonte di pensiero, alterità che ha bisogno di essere compresa. Pertanto materia piuttosto delicata e difficile da dirimere. L’ermeneutica nasce con ottica di sospetto, perché collegata a tutta una serie di tecniche divinatorie di cui Platone ha ben poca stima. La stessa qualifica di “arti interpretatorie” è un qualcosa che la sminuisce, rispetto all’intuizione diretta delle idee, il livello superiore di conoscenza. Quindi non si tratta di una disciplina filosofica già compiuta.

Altra etimologia è quella che collega interpretazione e ragionamento, quindi la sfera della comunicazione verbale interumana mediata dai sensi. Ermeneutica come tecnica comunicativa orientata alla verità. In Platone era già presente questo concetto, soprattutto nell’ambito giuridico. Allora non tanto l’aspetto di interpretazione dell’alterità, quanto piuttosto la ricerca della verità. Mentre, come già detto, l’ermeneutica in senso platonico è di apertura verso l’alterità, sempre con diffidenza nei confronti della sua non univocità, una tecnica filosoficamente inferiore; ora con Aristotele prevale il secondo aspetto, cioè interpretazione come ricerca della verità. Nello specifico, tramite la lettura dei segni. Se si vuole interpretare, bisogna capire per cosa stanno i segni, quindi un approccio linguistico/semiotico, con la dinamica logica della denotazione, cioè significati precisi per specifici segni. Per esempio, i simboli della voce stanno per le affezioni dell’anima. Le lettere scritte, poi, sono i simboli dei suoni della voce. Inoltre, i segni non sono i medesimi per tutti, sebbene alla loro base c’è una realtà che è medesima per tutti, rispecchiata in immagini e oggetti convenzionali e medesimi per tutti, a loro volta rispecchiati in segni. Si vede come Aristotele sia appunto conscio di come questa correlazione possa essere di tipo convenzionale.
Convenzionalista non era invece Platone: dato che il segno deve rivelare, non può che rivelare ciò che rivela. Il rapporto segno-significato non può essere sottoposto ad arbitrio umano, perché deve piuttosto aprirsi e rivelare un’eccedenza di significato (Platone fa anche l’esempio delle parole onomatopeiche, che vengono assolutizzate).

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