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L'universale e l'induzione

L'insegnamento di Socrate, sotto un'apparenza negativa e demolitrice, nasconde una profonda positività. Di per sé, Socrate non vuole che rendere attenti, far sorgere dubbi, indurre a cercare. Lui stesso si diceva guidato nelle sue azioni da un "demone" - qualcosa di simile a un angelo custode - che però non gli prescriveva che cosa dovesse fare, ma lo tratteneva soltanto da ciò che non doveva fare.
E tuttavia queste negazioni implicano un principio, in nome del quale si nega: altrimenti, a che titolo si direbbe che qualcosa non va? Lo stesso "saper di non sapere", che può sembrare una mera facezia, è effettivamente la via per superare lo scetticismo e il relativismo sofistico; è l'unico inizio possibile di una sapienza non illusoria.
Così non meraviglia che Aristotele faccia di Socrate lo scopritore dell'induzione e dell'universale. Il processo induttivo consiste nel passare dall'esame dei casi particolari al principio che li governa. E l'universale è precisamente questo principio: cioè, non uno tra i molti particolari, bensì il fondamento comune per cui tutti i particolari, per quanto diversi, hanno uno stesso carattere (ad esempio: di essere giusti, ecc.). In questo senso si dice anche spesso che Socrate è lo scopritore del "concetto". Egli comincia infatti spesso col chiedere: Vi è qualcosa che chiamiamo "bontà"? Vi è qualcosa che chiamiamo "coraggio"? ecc.

Cerca, cioè, di individuare questi concetti attraverso l'esame dei diversi esempi di coraggio ecc. proposti dall'interlocutore, per trovare quel principio unico, in forza del quale chiamiamo "coraggiose" tutte le diverse azioni che meritano quel nome.

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