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etica stoica

Per quanto riguarda il fine dell’uomo in vista del raggiungimento della felicità, Zenone aveva definito il ‘vivere coerentemente alla natura’, cioè in vista della piena realizzazione della virtù di ciascun singolo individuo intesa come accordo e armonia interiore. Cleante invece aveva specificato che la natura dovesse essere intesa in senso universale, perché il corretto comportamento dell’uomo dovrebbe essere volto al rispetto totale del destino. Crisippo, infine, tentando di mediare, aveva ricostituito un equilibrio tra la sfera naturale individuale e quella universale, perciò gli sforzi conoscitivi dovevano essere volti alla comprensione della struttura fisica dell’universo per garantirsi un inserimento armonioso e virtuoso all’interno del mondo, quindi la conoscenza dei legami fra gli elementi e il tutto chiariva la legge razionale e universale, ma all’interno di questo scenario ciascuno era considerato come un attore con un ruolo preciso che doveva seguire un copione e al massimo scegliere come interpretare le battute senza stravolgerle.
L’uomo non poteva cambiare le regole del mondo, vi si poteva solo conformare, quindi si era liberi davvero quando si viveva secondo natura, seconda la propria e secondo quella in generale. La libertà dell’uomo era quella di chi avrebbe dovuto comprendere il proprio destino e seguirlo. La conoscenza avrebbe permesso all’uomo di comprendere quale fosse la sua posizione e di riuscire ad averne coscienza ascoltando la propria razionalità interiore, quindi poiché essere liberi significa compiere il proprio dovere, l’uomo avrebbe dovuto fare ciò che la ragione gli avrebbe dettato come dovere, ovvero onorare i genitori, accudire i figli, partecipare alla vita comunitaria. Questi aspetti erano propri dell’uomo virtuoso, del saggio che, conquistando la virtù come unico bene, conoscenza completa, si garantiva la vera tranquillità interiore, l’apatia che portava a indifferenza e autarchia, proprie appunto del saggio.
Al contrario lo stolto era colui in preda alle passioni e alla ricerca del piacere, il vizioso, e non vi erano diversi gradi di stoltezza, poiché come un uomo sott’acqua annegava sia ad un metro dalla superficie che a 100, così un uomo non era virtuoso né a 1 metro dalla virtù né a 100. Così anche per il saggio non vi è una via di mezzo fra bene o male, perché uno o opera sempre per il bene e seguiva costantemente la ragione o agiva secondo dovere per convenienza personale e non per l’intenzione del bene, quindi anche se l’azione fosse giusta non avrebbe portato felicità.

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