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Seneca e il concetto di felicità

Cos’è la felicità? E’ conseguibile in questo mondo (come volevano Platone, Aristotele e Cicerone) o in uno ultraterreno (come pensavano Lattanzio e Agostino)?
Seguendo l’etica stoica, Seneca sostiene che la felicità risiede non nel piacere ma nella virtù, in una vita conforme alla nostra natura, cioè secondo ragione. Polemizzando poi con coloro che accusano i filosofi di vivere bene, in contrasto con i loro insegnamenti, dice che il saggio, pur possedendo la ricchezza, non se ne cura, come non si cura del piacere, del dolore e della salute, ma che comunque preferisce prendere il meglio dalla borsa della Fortuna. Forse, in un mondo di contraddizioni, in cui va bene tutto e anche il contrario di tutto, la vera saggezza sta nella pura contemplazione e la vera felicità nel non aver bisogno di felicità. Essa è quindi armonia interiore, equilibrio dell'uomo con sé stesso, con le cose del mondo e col divino. L'uomo felice è artefice della propria vita, in quanto non si lascia mai vincere né condizionare dalle cose esteriori, perché punta su se stesso e sulle proprie capacità, pronto ad accettare tutti i risultati che conseguono dalle sue azioni. La vera libertà del saggio consiste nell'uniformare i propri voleri con quelli del Destino, ossia nel volere ciò che vuole il Destino stesso. E se il Destino è lo stesso Logos divino, è volere ciò che vuole la ragione. Tutto è come deve essere e come è bene che sia. Tutto ciò che esiste, esiste nel migliore dei modi; in questo senso, il Fato viene a coincidere con la Provvidenza. Noi non possiamo cambiare la quasi totalità delle cose che ci circondano; però possiamo cambiare il nostro animo: se noi volessimo, potremmo sopportare con coraggio tutto ciò che ci capita, e questo significherebbe mettersi in armonia con la natura.

De vita Beata

Seneca dedica al fratello questo dialogo in cui affronta il tema del rapporto tra felicità e virtù cercando anche di confutare l’accusa rivoltegli dall’opinione pubblica criticandolo per incoerenza.
Per Seneca solo la virtù è il fondamento della vera felicità, il sapiente può accettare i beni terreni purché sia pronto a staccarsene senza rimpianti. In quest’opera affronta il problema della felicità e l’importanza degli agi nel suo raggiungimento, che a suo personale modo di vedere non vanno disprezzati. Bisogna però mantenere il controllo sui beni, e non far sì che possano prendere il controllo su di noi influenzandoci eccessivamente. Anche il sapiens poteva trarne beneficio, ma con moderazione.

Nemo damnavit sapientiam paupertate” (Nessuno condannò la sapienza alla povertà).
Tutto ciò entra però in conflitto con lo stoicismo da lui studiato, e per questo venne accusato di incoerenza, poiché egli stesso era in possesso di svariati beni e agi. Il De vita beata si pone come una sorta di elogio a sé stesso, nel quale il filosofo tende quasi a “mettere le mani avanti”; anche questo è segno di un certo opportunismo senecano, che accompagnava la sua fama. La felicità, considerata come il sommo bene dalle filosofie ellenistiche, si ottiene, secondo gli epicurei, attraverso l’hedonè, il piacere, ed il rifiuto della sofferenza, identificata con il male; secondo gli stoici, invece, il dolore non è un male, è anzi necessario all'uomo per migliorarsi. Seneca identifica il sommo bene con la virtus, ossia l'autodisciplina che l'uomo deve imporre alla propria componente emotiva. In questo egli è perfettamente coerente con i princìpi della dottrina stoica, anche se è perfettamente consapevole che le sue azioni non sono sempre coerenti con il suo pensiero: ma, si giustifica il filosofo, il saggio stoico non deve incarnare la verità, bensì solo indicarla agli altri ("fate quel che dico, non fate quel che faccio").
Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos'è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così poco facile nella vita raggiungere la felicità, che uno, quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora più si corre veloci e più aumenta la distanza[…]”
(De vita Beata I).

Il saggio stoico

Il sapiens senecano non può essere indebolito da alcuna disgrazia, per quanto grave: egli scopre in se, nel momento del bisogno, la forza necessaria per reagire ai colpi della sorte; è totalmente libero da paura e dolore. Non solo non teme gli urti del destino, ma neppure soffre allorché si abbattono su di lui, anzi manifesta, nei loro confronti, un atteggiamento quasi di sfida: “la virtù senza contrasti infiacchisce” (Seneca).
Il saggio ama il fato, vuole ciò a cui la necessità lo obbliga, resistendo alla fortuna, ovvero l’aspetto più capriccioso del fato. Il punto d’arrivo della virtù stoica è questa trasformazione in un certo senso “divina” dell’umana volontà. Elevandosi orgogliosamente al di sopra di accidenti e passioni, il sapiens diviene “par deo”, “simile al dio”. E anzi, se gli dei sono perfetti per natura, il sapiens lo diviene per conquista intellettuale. Il nascente cristianesimo predicava Dio come unico salvatore dell’uomo; per Seneca, l’uomo è salvatore di se stesso: sono i suoi sforzi a condurlo verso il cielo.

A cura del Prof. Antonio Di Chiara

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