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La critica di Socrate ai sofisti

Malgrado il carattere innovativo della paidéia sofistica, essa appare agli occhi di Socrate e di Platone inadeguata a risolvere il problema dell'educazione. L'obiezione di fondo è che i sofisti, pur proclamandosi maestri di virtù, non chiariscono fino in fondo né che cosa veramente sia la virtù, né quali debbano essere le finalità dell'educazione. Il dibattito fra Socrate e i sofisti è riproposto da Platone nel dialogo Protagora, nelle cui pagine il sofista appare convinto che il senso della giustizia sia presente in ogni uomo e che tutti possano quindi apprendere la virtù politica. Socrate si mostra invece scettico circa questa possibilità e sembra aderire alla tesi aristocratica, che vede nella virtù un dono degli dèi. In realtà, Socrate non intende negare in linea di principio che la virtù possa essere insegnata, bensì vuole mettere in luce come la fiducia di Protagora nell'educabilità dell'uomo non poggi su basi teoriche sufficientemente solide. Il sofista, infatti, identifica la virtù umana con l'insieme delle qualità (giustizia, temperanza, sapienza, coraggio) tramandate e celebrate dai poeti, che si tratta ora di rendere accessibili a una cerchia di cittadini più ampia che in precedenza. Accogliendo questa visione tradizionale, il sofista non riesce tuttavia a chiarire quale delle diverse definizioni delle virtù esistenti presso l'opinione comune popolare sia quella vera e dunque non giunge a impostare il problema educativo in una prospettiva oggettiva, unitaria e universale.

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