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Insegnamento e condanna di Socrate

A taluni poteva apparire come un sofista Socrate. In realtà egli non condivideva i metodi dei sofisti e s'impose piuttosto come il rappresentante emblematico di una nuova figura che si affermò nel IV sec. a.C., quella del filosofo. Socrate trasmetteva liberamente il suo insegnamento a giovani che lo seguivano con grande entusiasmo. La sua vera professione, egli diceva, era la maieutica, vale a dire la tecnica di far nascere i bambini, il mestiere delle levatrici: come queste ultime facevano partorire i corpi, così egli faceva partorire le menti, rivelando verità semplici e ignote. Il suo metodo consisteva nella domanda apparentemente ingenua che faceva emergere le contraddizioni degli interlocutori e li obbligava a riconoscere la verità. I contenuti del suo insegnamento si basavano sulla valorizzazione dell'individuo come essere capace di trovare da solo la legge morale cui ispirare la propria condotta, indipendentemente dalle tradizioni e dai valori religiosi trasmessi dagli antichi. Socrate non invitava certo i giovani a disobbedire alle leggi e il suo non era un messaggio dirompente: egli stesso aveva dato prova di essere un buon cittadino combattendo valorosamente nell'esercito ateniese. I suoi insegnamenti erano altamente morali: la ricerca del bene, il rifiuto dell'ingiustizia, la condanna delle ricchezze e dell'avidità. Egli però rivendicava la priorità dei doveri verso la propria anima rispetto a quelli verso la collettività; inoltre non parteciapva alla vita politica ateniese. In un'Atene provata dalla sconfitta e timorosa del futuro, questo insegnamento apparve sovversivo, un vero e proprio attacco alla stabilita degli ordinamenti e ai più intoccabili valori morali. Alcuni cittadini portarono Socrate in giudizio accusandolo di essere un corruttore dei giovani e un ribelle. Condannato a morte, il filosofo respinse un'occasione di fuga procuratagli dagli amici e affrontò serenamente il suo destino.

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