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Scienze non aristoteliche


Una concezione della scienza radicalmente diversa dalla concezione albertino-tomista è prospettata da Ruggiero Bacone (1214-1294 circa). Per un lato essa si radica nella tradizione agostiniana, ma per un altro precorre vedute rinascimentali, e perfino moderne. Fattosi francescano, Ruggiero cessò di insegnare all'Università e, del resto, tenne sempre in scarsa considerazione i maestri universitari (anche del suo ordine), salvo Roberto Grossatesta, di cui era stato scolaro a Oxford. Il meditar novità procurò a Ruggiero Baconen fastidi e carcere, eccetto che nel periodo del pontificato di Clementi IV (1265-68), a cui era legato, e per il quale scrisse il suo "Opus maius" (seguito da un "Opus minus" e da un "Opus tertium"). Il pontefice avrebbe dovuto, secondo Bacone, divenire, il capo di una società teocratica, a cui la teologia avrebbe indicato i fini, e la scienza fornito i mezzi di sviluppo.
Il punto più interessante della concezione di Ruggiero Bacone è l'importanza assegnata alla matematica e all'esperimento. La matematica è il fondamento di ogni certezza scientifica. Solo attenendosi alla matematica (posseduta già dai primi uomini, poi a torto trascurata) le scienze possono costituirsi e rendersi sicure. D'altro canto, solo l'esperimento può informarci di verità che il ragionamento, di per sé, sarebbe incapace di attingere. La scienza degli aristotelici, per contro, anche se ammirevole per la sua estensione, ha una natura che non le permette di progredire, ed è troppo legata all'autorità, cioè al rispetto degli auctores, presi come testi di verità. Bacone ritiene inoltre che vada accresciuta la conoscenza delle lingue.
Sui fondamenti sopra indicati, la scienza potrà sviluppare cognizioni di meccanica, di astrologia, di alchimia, di medicina ecc., che miglioreranno la vita dell'umanità.
Ma al di sopra di queste conoscenze, che sono condizionate da una generale illuminazione divina (assimilata all'azione dell'intelletto agente aristotelico) si eleva l'esperienza sovrannaturale dell'uomo, condizionata da un'illuminazione particolare e culminante nell'estasi.
Un'altra applicazione teologica della scienza (questa volta non matematica e sperimentale, ma logica) fu sognata in quel tempo da Raimondo Lullo (1235-1315), di Majorca, che lasciò il mondo per l'ordine francescano con l'intenzione di convertire i saraceni. Strumento di persuasione (e di dimostrazione dei dogmi) doveva essere un'Ars generalis, capace di risolvere le due grandi lacune della logica aristotelica: l'indimostrabilità dei principi e la necessità di possedere già un termine medio per connettere le proposizioni del sillogismo. L'Ars generalis del Lullo consisteva, infatti, in un metodo per trovare tutte le possibili proposizioni composte attraverso la mera combinazione di concetti semplici. Ma anch'essa aveva i suoi punti deboli: anzitutto la scelta dei pretesi concetti semplici, condannata a restare arbitraria; e poi la mancanza di un calcolo combinatorio matematicamente elaborato.
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