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L’insegnabilità della virtù


Nella cultura del V secolo vi sono ancora intellettuali di orientamento conservatore (fra i quali Pindaro) che ribadiscono il carattere innato di tendenze e capacità umane, continuando ad affermare l’insanabile differenza fra buoni” e “migliori” da un lato (cioè gli aristoi, che si tramandano la virtù come dote ereditaria) e “cattivi”, “peggiori” dall’altro (intendendo con questi nient’altro che il démos). I Sofisti, invece, critica- no apertamente e superano quest’idea tradizionale e contribuiscono così a trasformare profondamente il concetto di areté. Riconoscono la sua trasmissibilità, in sintonia con le nuove possibilità, offerte al démos, di partecipazione al governo della pòlis e coerentemente con la loro pretesa di “insegnare la virtù” a chiunque fosse disposto a pagani. La “virtù” per loro non è più patrimonio esclusivo di una parte della società, né è identificabile con i valori affermati dal l’aristocrazia, ma è una possibilità data a tutti gli uomini e che consiste nel possesso di determinate capacità, in particolare delle capacità di parlare, persuadere il prossimo, affermarsi come individui nella comunità della p6Iis.
Sarà questo, nei decenni successivi, uno dei temi centrali del confronto teorico che il movimento sofistico ha sollecitato con la sua critica alla tradizione. Da questo confronto emergeranno i motivi che porteranno un’ampia parte del mondo della cultura dell’epoca ad opporsi ai Sofisti e ad avversare il loro insegnamento. Per molti di questi oppositori la critica sarà una reazione all’attacco frontale che quel movimento, nel suo insieme, ha portato ai valori della tradizione. Per altri un ruolo importante avrà anche la convinzione che la spregiudicatezza polemica dei Sofisti, la brillantezza delle loro argomentazioni, la vastità del loro bagaglio culturale (tanto che alcuni si dichiaravano capaci di parlare con cognizione di causa e in modo persuasivo su qualsiasi argomento) nascondessero, in realtà, una superficialità di analisi e di riflessione culturale e fossero, per questo, “diseducativi “.
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