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La scienza della Grecia classica


La scienza di investigazione e l'aristotelismo


Aristotele era figlio di un medico e si può dire che la ricerca naturalistica (o historìa) l'avesse nel sangue. Sue indagini sull'embrione di pollo, la descrizione dello stomaco dei ruminanti, lo studio degli strani processi generativi di certi pesci, sono meriti che anche la scienza attuale gli riconosce. Con l'aiuto dei suoi assistenti, Aristotele studiò oltre cinquecento specie animali e vegetali, distinse con chiarezza i cetacei dai pesci, disegnò una scala della natura che servirà di base a tutte le classificazioni dei viventi, fino a Linneo. Tale scala sale dalla materia animata alle piante, agli invertebrati, ai pesci, ai rettili, agli uccelli, ai mammiferi e all'uomo, in una progressione ideale che Aristotele non considera, tuttavia (nonostante qualche suggerimento di Anassimandro in questo senso), come una successione evolutiva. Una critica acuta a questo ordinamento della natura sarà mossa dal Bergson quando osserverà che piante e animali, dapprima, e poi vertebrati e insetti, ecc., non sono gradini successivi di uno stesso sviluppo ma piuttosto organismi che tendono in direzioni divergenti, e specializzano progressivamente le loro funzioni. Sotto certi aspetti, tuttavia, la scala aristotelica dei viventi risponde, non solo a un bisogno di classificazione estrinseca, ma anche di organizzazione e di valutazione della natura.
La natura inanimata, per contro, interessò Aristotele più scarsamente. Dal suo punto di vista, essa può dirsi il frutto di una astrazione: perché, in concreto, ogni sostanza è vivente, o simile a un vivente, in cui la materia riceve dalla forma ogni sua determinazione dinamica. "Inanimata" può dirsi solo una materia in cui si prescinde dalla forma unitaria, che è l'anima. Le leggi della natura sono perciò, per Aristotele, leggi che guidano la sostanza concreta verso il suo fine: verso la realizzazione compiuta delle sue potenzialità. Leggi di sviluppo, insomma, di tipo biologico. L'accusa che Aristotele muove a coloro che, come Democrito, fondano le loro spiegazioni sulla congiunzione o scomposozione meccanica di elementi, è, appunto, di sopprimere, in ultima analisi, ogni genereazione e corruzione, ogni sostanziale divenire, ogni sviluppo. Le alterazioni, per costoro, avverrebbero solo sul piano dell'apparenza sensibile, mentre la sostanza reale resterebbe immutata: e questo non può esser vero per Aristotele, nel mondo sublunare.
Non meraviglia quindi che Aristotele, pur accogliendo nel suo sistema i risultati di ogni tipo di scienza, sviluppi le proprie ricerche originali prevalentemente in ordine alla natura vivente. La dottrina degli "elementi" materiali è da lui tolta di peso dalla tradizione ionico-empedoclea; in fatto di astronomia, egli si serve senza scrupolo dei pitagorici (pur modificandone le dottrine) e del platonico Eudosso; la matematica come tale non è il suo forte; e nel campo della fisica in senso stretto enuncia, bensì, idee originali, ma interessanti più dal punto di vista metafisico che scientifico. Per contro nello studio della natura vivente Aristotele rimane il modello di innumerevoli generazioni di scienziati; perlomeno di tutti coloro che accettano, come principio-guida, il vitalismo, in contrapposto al meccanismo democriteo secondo cui il vivente sarebbe componibile collegando, in un certo modo, elementi di materia non vivente.
La predilezione scientifica di Aristotele si trova espressa in un celebre passo del "De partibus animalium, in cui la contrapposizione che abbiamo tracciata tra "scienze di contemplazione" e "scienze di investigazione" viene in luce con singolare chiarezza: "Le realtà naturali si dividono in due classi: quelle che non periscono, e sono senza principio e senza fine, e quella che sono soggette a generazione e corruzione. Le prime sono divine, ma meno accessibili alla nostra osservazione; l'altro studio, per la maggiore familiarità che abbiamo col suo oggetto, è preferibile come studio scientifico". In questo senso Aristotele aveva più interesse per la "Terra" che per il "cielo", pur accettando anche l'idea pitagorico-platonica di un ordine celeste puro e perfetto, da cui lo stesso ordine terrestre, in qualche modo, dipende.
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