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Per Gorgia la parola ha un enorme potere: essa “è una grande dominatrice, che con piccolissimo e invisibile corpo sa compiere grandi cose; riesce,infatti, a calmare la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad aumentare la pietà”. Riesce cioè ad orientare i sentimenti altrui, condizionando il comportamento degli individui e influendo, in tal modo, sulla vita della comunità.
Gorgia descrive questo potere di persuasione della parola nell'Encomio di Elena, nel quale ribalta un luogo comune consolidato, quello della responsabilità di Elena nella guerra di Troia. Suggestionata da Paride con “bei discorsi”, privata della coscienza di sé e delle capacità di autocontrollo, Elena non poteva, infatti, essere responsabile dell’adulterio commesso.
Tutto questo ha un significato più generale, investe cioè la funzione della retorica, dell’arte di parlare in pubblico e di persuadere il prossimo, di cui Gorgia è maestro. Il retore, colui che sa condurre i discorsi, persuade e cattura il consenso della massa: è quindi colui al quale deve rivolgersi chi intende partecipare alla vita politica con l’ambizione di affermarsi; colui dal quale dipende, in qualche misura, la stessa gestione del potere nella pòlis democratica, in cui il popolo resta pur sempre — per ignoranza — privo del potere della parola, quindi oggetto dei discorsi e della “manipolazione” altrui.

Esiste inoltre un legame strettissimo fra la retorica così intesa e la poesia. Anche quest’ultima, infatti, è costruita su un discorso incantatore, che avvince a sé chi l’ascolta e “in fonde un tremore di paura, una commozione carica di lacrime e un rimpianto incline alla tristezza”.

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