Mongo95 di Mongo95
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C’è una certa indecisione nel definirla. Per tre motivi sostanzialmente:
1. Religione è un termine astratto, perché materialmente non ci si trova di fronte al fenomeno religioso, ma alle religioni.
2. Religione è un termine tipicamente occidentale per definire delle realtà di altri spazi culturali, dove però non ci sono equivalenti dello stesso termine
3. Gli elementi che si trovano in una religione, i suoi atti stereotipati, in fondo, si trovano anche in altre attività culturali che non sono religiose.
In ogni caso, nella pluralità religiosa ci sono delle affinità che possono andare ad accomunarle in diverse tipi, come per esempio monoteismo e politeismo. Parlando delle religioni, al di là delle differenza empiriche, si va a trattare di quegli elementi che ci fanno dire che cosa sono le religioni, esiste un elemento comune che, nella loro diversità, ci fa dire che sono religioni. Anche per quanto riguarda la connotazione etimologia del termine, non è un problema, perché si possono trovare altri termini in altre culture che ci vanno molto vicino. Poi, riguardo le proprietà della religione che si riscontrano anche in altri fenomeni, non è un fattore decisivo nella sua definizione.

Si può dire quindi: la religione è il nostro interesse supremo.
In un certo senso, l’epiteto religioso si può affibbiare a qualsiasi pratica. Si può quindi fare la discriminante della presenza, in senso stretto, del sacro? No, perché nell’epoca post-metafisica, tutto può divenire portatore di significato ultimo e sacralizzato. Una sorta di decostruzione del concetto di religione: tutto è religione, quindi non c’è religione.
Deve esserci allora un aspetto che la caratterizza propriamente, una proprietà essenziale.
Essa è quella del rapporto con il divino, con il sovrannaturale (il termine “dio” suggerisce una connotazione troppo personalistica). Il fondamento ultimo delle cose, la realtà trascendente, l’incondizionato, etc. Cioè quell’ambito in cui l’uomo suppone l’esistenza in una o più realtà sovrannaturali, con qualcosa che trascende la sua dimensione e manifesta una potenza particolare.
Non assumendo questa proprietà, il rischio è di dare alla religione definizioni funzionalistiche e non sostanziali. Per esempio, funzionalmente si potrebbe definire la religione come prassi di superamento della contingenza: la cultura nel suo complesso è uno strumento per ridurre la contingenza, per controllarla. Ma c’è un margine di essa che esula da questa operazione. Su cui deve quindi agire la religione.
In molte scienze della religione prolifica questo tipo di definizioni, che mettono accento sulla funzione della religione. Ma queste definizioni funzionali, per quanto legittime, hanno senso quando esistono dei credenti su cui hanno effetto, cioè che credono in una realtà sovrannaturale che governa i destini naturali. Quindi un tipo di definizione che non esula dalla credenza negli elementi definiti della religione che definisce.
Emblematica al riguardo è la teoria della religione di Rudolph Otto. La religione comincia con se stessa, come esperienza del totalmente altro. In qualsiasi religione non viene mai meno il senso del mistero. La potenza che si esprime negli enti mondani ha sorgente originaria che è altrove. Quindi religioni come ierofanie, manifestazione del sacro come realtà perfetta che sta da un’altra parte. Nella religione c’è sempre qualcosa che non possiamo comprendere, mistero che non va confuso con l’enigma. Il mistero religioso non viene, non può essere spiegato, perché esiste appunto un qualcosa di cui l’uomo non può disporre, perché è realtà più grande della sua. Il sacro che indica un dislivello ontologico.
Si tratta allora di un’esperienza, non di una creazione umana. Noi ci entriamo solamente in contatto. Con allora un principio di credulità nei confronti di chi ha avuto esperienze religiose: se non ce ne sono motivi chiari, non si può affermare a priori che esse siano false.
La credenza e i culto sono aspetti per definire la religione non in quanto tale, ma sono proprietà qualificanti. Non esistono esperienze che non sono connesse ad un atto cognitivo, che è quello della credenza. Ogni religione comprende un “set minimo” di credenze. Qualsiasi atto postula la credenza, per esempio che esista qualcuno a cui si rivolgono questi stessi atti. Non esistono gesti religiosi che non presuppongono delle credenze.
Il culto è l’esteriorizzazione della credenza, del rapporto che l’uomo crede di avere con il divino. Data la totalità psicofisica dell’essere umano, ciò è piuttosto ovvio. Come ogni altra attività umana, anche la religione tende ad uscire da sé, a ostentarsi. Il culto serve per “drammaticare” il rapporto uomo-divino, per farlo uscire dal registro mentale attraverso atti concreti. Nell’azione si assiste poi ad un surplus di significato.

La religione è quindi uno specchio antropologico perfetto. In essa si trova tutto il buono e tutto il cattivo che c’è nella specie umana. C’è quindi anche un aspetto indubbiamente patologico. Il primo passo per il filosofo della religione è comprendere il fenomeno religioso, nelle sue caratteristiche essenziali. Poi deve farsi acuto, con criteri qualitativi ed esercitando una discriminazione, diversità di valore.

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