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Dopo la sconfitta inflittale da Sparta, Atene visse un periodo di profonda crisi. In questi anni uno dei più importanti filosofi greci, Socrate, fu condannato a morte.

Il vero simbolo della profonda crisi politica di Atene fu il processo contro Socrate (469-399 a.C.), uno dei più grandi pensatori dell’antichità. Egli aveva spostato il terreno d’indagine della filosofia greca dal mondo della natura a quello umano: cercava quindi di affrontare i grandi problemi del comportamento morale dell’uomo indagandone i moti dell’animo. Ma tale altissima riflessione,

profondamente valida ancora oggi, implicava una grande capacità di criticare non solo gli altri ma ancor più se stesso, di rivedere le proprie convinzioni morali, di abbandonare una religione ormai ridotta a vuote cerimonie. E gli Ateniesi, reduci dalla sconfitta subita per opera di Sparta e
dalla caduta del loro impero commerciale e marittimo, non seppero raccogliere il messaggio del filosofo.
Nel 399 a.C. egli fu imprigionato e processato per empietà, cioè per mancanza di fede negli dei della città. Venne condannato a morire di veleno: egli stesso prese con serenità una bevanda velenosa a base di cicuta. In segno di rispetto per la legge, anche se ingiusta, rinunciò a salvarsi con una fuga che era stata già preparata.
Aveva combattuto come oplita per Atene e aveva ricoperto numerose cariche pubbliche: eppure lo Stato cittadino lo condannò a morte unicamente perché aveva esposto le idee in cui credeva. La sua morte rappresentò davvero la fine della grande stagione della democrazia ateniese, anche se le sue idee furono poi riprese da un allievo altrettanto grande: il filosofo Platone (427-347 a.C.).
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