Concetti Chiave
- I dialoghi del socratismo giovanile si concentrano sull'esplorazione di concetti morali, ma spesso non raggiungono conclusioni definitive.
- Eutifrone inizialmente definisce il "santo" attraverso esempi pratici, ma Socrate richiede una definizione generale, creando confusione.
- Le definizioni morali proposte dai personaggi, come Lachete e Nicia, non riescono a cogliere l'essenza dei concetti, rimanendo parziali e contraddittorie.
- La difficoltà nel definire le virtù suggerisce che esse siano interconnesse, piuttosto che entità isolate, evidenziando una loro unità fondamentale.
- Platone sostiene che esiste un principio comune che unisce le virtù, anticipando il concetto di "idea" per spiegare questa connessione.
Il socratismo giovanile e le sue domande
I dialoghi del socratismo giovanile sono privi, molto spesso, di conclusione positiva. Di solito si svolgono intorno a un particolare concetto morale, di cui Socrate chiede all'interlocutore una definizione: "Che cos'è, secondo te, il santo e che cosa l'empio?" domanda Socrate (dopo i primi approcci del dialogo) a Eutifrone, che sta andando a denunciare per empietà il proprio padre e che, dunque, dovrebbe ben sapere rispondere.
Eutifrone e la definizione di santità?
Eutifrone comincia con un esempio: santo è ciò che sta facendo, accusare il reo di un delitto. Ma Socrate non vuole un esempio: vuol sapere che cosa voglia dire "santo" in generale: cioè vuole il criterio secondo cui gli atti sono giudicati santi ed empi. Eutifrone risponde allora che "santo" è ciò che piace agli dei. Ma gli dei non sono sempre concordi tra loro. E poniamo che una cosa piaccia a tutti gli dei: sarà essa santa perché piace agli dei, o non piacerà piuttosto agli dei perché santa? Se è vera (come è vera) questa seconda ipotesi, il santo avrà una propria ragione per essere santo: e questa ragione si tratta appunto di trovare.
E via di questo passo.
Le difficoltà delle definizioni morali
Lachete e Nicia, che sono generali, non riescono ad accordarsi con Socrate su ciò che sia il coraggio. Carmide, considerato saggio, non sa dire che cosa sia la saggezza, Liside l'amicizia. Ogni volta tentano definizioni particolari, che però non colgono se non un aspetto della cosa, ed entrano in conflitto con altre, senza una conciliazione finale.
L'unità della virtù secondo Platone
Tuttavia molti tratti positivi affiorano da queste discussioni. La stessa impossibilità di definire una virtù separatamente dalle altre mostra, indirettamente, che la virtù è un tutto unitario, che si specifica bensì diversamente, a seconda dei casi a cui si applica, ma non risulta da una somma di virtù separate. Inoltre l'inadeguatezza di ogni esempio particolare mostra che il principio che il accomuna tutti è più profondo di ogni sua particolare manifestazione. Presto Platone chiamerà questo principio comune di più cose, o atti, che manifestano uno stesso valore, con il nome di idea.
Domande da interrogazione
- Qual è l'approccio di Socrate nel dialogo con Eutifrone riguardo alla definizione di santità?
- Quali difficoltà emergono nelle definizioni morali secondo i dialoghi socratici?
- Qual è la visione di Platone riguardo all'unità della virtù?
Socrate chiede a Eutifrone di fornire una definizione generale di "santo", piuttosto che un esempio specifico, per comprendere il criterio che determina la santità degli atti (come indicato nel testo).
I personaggi, come Lachete e Nicia, non riescono a concordare su definizioni chiare di virtù come il coraggio, mostrando che le definizioni particolari non colgono l'essenza delle virtù e portano a conflitti senza una risoluzione finale (come descritto nel testo).
Platone suggerisce che le virtù non sono entità separate, ma un tutto unitario che si manifesta diversamente a seconda dei contesti, evidenziando un principio comune che le accomuna, definito come "idea" (come riportato nel testo).