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Platone

Abbiamo scuole e correnti di pensiero differenti a seconda della parte di dialogo socratico che viene valorizzata. Nelle scuole socratiche minori, come quella cirenaica e cinica, la parte più considerata è quella iniziale, distruttiva, negativa, mentre per Platone quella finale, costruttiva, positiva.
Opere platoniche
I problemi che si pongono circa le opere di Platone sono due: uno riguarda la loro effettiva autenticità e l'altro la loro datazione.
⦁ A lungo tempo, specie nell'Illumismo, testi come la Settima Lettera sono stati considerati dalla filologia "spuri" (scritti nello stile dei dialoghi platonici, tuttavia non autentici). Per alcuni testi questa ipotesi è risultata vera, per altri invece no.
⦁ A lungo il corpus platonico viene interpretato come un unico coerente svolgimento di un pensiero organico e già compiuto. Questa idea, che si sviluppa sia con Platone che con Aristotele, nasce dalla concezione cristiana secondo cui i due erano filosofi della verità, che è sempre uguale a se stessa. La filosofia di Platone è per il cristianesimo "perennis", concepita nel suo insieme come totalità coerente e uniforme fin dall'inizio. In realtà, tra le opere di Platone passano alcuni anni e si possono notare delle differenze per esempio tra i primi e gli ultimi dialoghi, l'idea di un pensiero immutato è dunque stata col tempo non più accettata. Ben presto ci si pone il problema di spiegare come mai in certi dialoghi platonici troviamo domande del tutto assenti in altri, si sviluppa così la tesi di un cambiamento del pensiero platonico. Una volta capito che il pensiero non è statico, ma subisce un'evoluzione nel tempo, bisogna tracciare un arco cronologico, cioè una dimensione discronica (temporale) dello sviluppo del pensatore. Dal momento che le opere non sono datate, dobbiamo ricorrere a indizi costituiti da eventi esterni e a constatazioni di mutamenti sullo stile, la prosa, il lessico, i contenuti.

Si distinguono 3 periodi nella sua produzione:
⦁ periodo socratico, quello dei primi dialoghi, ritenuti i più attendibili. In questi Platone non sembra aver ancora maturato le sue idee, ma riprende quelle del suo maestro. Il primo scritto è l'Apologia (la difesa di Socrate al suo processo) caratterizzato da freschezza e vitalità.
⦁ periodo della maturita', Platone ha sviluppato un suo pensiero autonomo, ha fondato l'Accademia, la sua scuola, e nei dialoghi sviluppa la teoria delle idee, che è assente nella prima parte.
⦁ periodo della vecchiaia, più che essere dedicato all'esplorazione delle idee, si espone le sue dottrine sulla dialettica e il poblema che comporta.
La settima lettera
La Settima Lettera è un documento platonico, nel quale è contenuta la biografia del filosofo. Può essere accostata all'Apologia di Socrate, infatti ci viene descritta la sua vocazione filosofica come quella del suo maestro, e le sue constatazioni sulla politica.
Parla dei due momenti in cui Platone pensa di intraprendere la vita politica. Data la sua posizione sociale aristocratica e essendo molti suoi familiari membri di spicco del governo oligarchico, Platone guarda con interesse alla vita politica, pensando che il governo della città potesse "purificarla dall'ingiustizia". Si rende però conto che il governo dei Trenta Tiranni era peggio di quello precedente, definito oro a confronto, si pensi che avevano cercato di far complice dei loro misfatti Socrate, uomo che lui definisce "il più giusto del suo tempo". Caduto il regime dei Trenta e reinstaurato quello democratico, si riaccendono le sue speranze politiche, che svaniscono con le accuse e il processo del suo maestro. Si rende perciò conto che è impossibile dedicarsi alla vita politica conservando la propria onestà, e che il malgoverno e la corruzione non riguardano solo Atene ma tutte le città in generale. La soluzione che lui vede è che al governo della città ci sia un filosofo, che ha una vera conoscenza.
Il tema della politica si ripresenta a seguito di alcuni dei suoi viaggi in Magna Grecia, a Siracusa, in cui cerca di convincere il tiranno Dionigi il Giovane a fare uno stato giusto. Una larga parte del suo pensiero sarà dedicata all'analisi politica.
I due problemi
L'impulso da cui prende avvio la filosofia platonica è lo scandalo fondamentale della vita etica: perchè accade che trionfi l'ingiusto e non il giusto? Perchè Socrate uomo giusto per eccellenza è stato condannato sulla base di leggi comunemente considerate giuste? Non è questo un paradosso? E ancora, hanno ragione quelli che ritengono che la giustizia sia l'utile del più forte? Platone prende avvio dall'eredità socratica che non è solo intellettuale, ma anche emotiva. Per il processo di Socrate si ha infatti un'inversione dei valori, il male diventa bene e viceversa. Solo chiarendo l'idea di giustizia si può spiegare lo scandalo della morte di Socrate. Ma per risolvere il problema della giustizia, ossia di ciò che è giusto non per ognuno di noi, relativamente a un dato contesto o persona, ma in sè, cioè in modo assoluto, Platone deve prima affrontare il problema della conoscenza.
Problema della conoscenza/gnoseologia (teoria della conoscenza)
Platone fa partire il suo pensiero da due principi di Socrate suo maestro: l'intellettualismo etico, cioè la proprietà di cui godono tutte le virtù (ovvero oggetti che riguardano l'agire umano e che sono un universale, insieme di oggetti che godono di una stessa proprietà) è la conoscenza e veramente virtuoso è colui che agisce conoscendo, e la non responsabilità umana, cioè l'uomo commette il male solo per ignoranza.
Al quesito "che cos'è il conoscere" i sofisti avevano risposto con la teoria del relativismo, secondo cui esistono tante giustizie, tanti beni, tante conoscenze quante sono le azioni e gli uomini che agiscono. Già Socrate aveva smentito la tesi di Trasimaco secondo cui la giustizia è l'utile del più forte sostenendo che perché le azioni vengano classificate nell'insieme delle azioni giuste o buone devono avere, un tratto in comune, cioè un universale, altrimenti sono chiamate così solo per omonimia. Platone sulla scia del suo maestro prende le distanze dal relativismo.
Innanzitutto Platone fa una distinzione terminologica: da una parte EPISTEME, scienza o conoscenza vera e propria, dall'altra tekne, realizzazione pratica di una conoscenza. Prima i sofisti usavano i due termini in modo scambievole perché colui che aveva sapienza produceva effetti conformi al proprio sapere. Invece per Platone ciò che chiama la scienza è il sapere dell'universale e la conoscenza senza finalità pratiche, mentre la tekne corrisponde a qualcosa di particolare, di pratico, che non è necessariamente accompagnato da un sapere teorico, cioè di carattere non pratico.
Questa opposizione tra epistene e tekne scaturisce da un dibattito che riguarda l'insegnamento delle virtù, ancora una volta Platone va contro i sofisti dicendo che per lui le virtù possono essere insegnate se e solo se esse coincidono con l'episteme, sapere teorico e scienza non con le teknai, sapere pratico. Infatti se la conoscenza derivasse dall'esperienza nessuno potrebbe mai comunicarla, ciascuno si troverebbe soltanto nella condizione di possederla o no. Al contrario Platone sostiene che l'esperienza sia l'occasione che mette in movimento la possibilità della conoscenza, che è per lui come vedremo ricordo.
La risposta si articola su tre livelli: teoria della reminiscenza, teoria della linea divisa, la conoscenza non è sensazione.
Teoria della reminiscenza
Socrate aveva definito la sua attività maieutica: aiutava le persone a mettere in luce la verità dentro ognuno di loro come una levatrice aiutava le donne nel parto. Platone si chiede: come mai la verità è già dentro di noi? Conosciamo le cose con i sensi, o con l'anima attraverso i sensi? La risposta è con l'anima, costringendola a guardare dentro di sè attraverso l'uso dei sensi. Per Platone la conoscenza è reminiscenza, cioè l'anima ci permette di indagare e ricordare cose già presenti in noi. Questa teoria può avere due spiegazioni; infatti Platone ritiene che il mito sia in grado di spiegare spesso meglio della ragione verità che altrimenti non possono essere dette con uguale chiarezza ed efficacia. La ragione è capace di dire la verità ma può parlare solo ad alcuni, mentre il mito può rivolgersi a tutti. Bisogna anche tener presente che Platone ha una forte componente religiosa, nonostante sia razionalista, il che fa si che abbia un atteggiamento razionalistico nei confronti del mito.
⦁ spiegazione mitica, richiama la credenza orfica delle metempsicosi (reincarnazione delle anime dopo la morte) Platone risponde con il mito dell'anima, contenuta nel Menone. L'anima un tempo viveva una vita divina e si muoveva al seguito degli dei nutrendosi del mondo intellegibile chiamato iperuranio, che è metafisico. L'iperuranio è un mondo che l'anima riesce a raggiungere a tratti nella sua vita celeste. Quando si recano in contemplazione, le anime sono guidate da un carro spinto da cavalli alati, prima in un mondo celeste seguiva e si nutriva della visione del mondo intelligibile, conosce già la verità perchè si trova in un mondo iperuranio (al di sopra del cielo, non fisico, ma metafisico). Poi però uno dei due cavalli, quello non docile, mira verso il basso e ostacola l'altro che corre verso l'alto. Più si avvicina al limite del cielo, più si sbanda: alcuni carri sbandando e si scontrano con altri tranciando le ali dei cavalli. Al momento della caduta, il carro, che rappresenta l'anima, si aggrappa a un corpo. Nella caduta si è dimenticato tutta la conoscenza che gli veniva dal mondo metafisico, ma rimane in lui e può ricordarsela. Fornisce anche un esempio: uno schiavo riesce senza alcuna conoscenza matematica a dimostrare un teorema geometrico aiutato da Socrate. Dapprima si lascia ingannare dalle figure disegnate dal maestro, ma a poco a poco ragionando riesce a risolvere il problema. La soluzione gli viene dalla sua anima, che si è ricordata di conoscenze appartenute a esistenze passate. Platone richiama così il mito orfico della metempsicosi: l'anima possiede predisposizioni innate al conoscere, che non gli derivano dai sensi, bensì che a contatto con l'esperienza risvegliano qualcosa che è già in lui. Come lo schiavo non deve farsi ingannare dalle figure, così noi dai sensi, dobbiamo scavare nel profondo per ricordarci del vero stato delle cose dunque della soluzione.
L'ascesa dell'anima al mondo delle idee
In questo brano viene spiegato come mai l'anima giunga a trovarsi in un corpo mortale. Il cosiddetto "mito della caduta dell'anima" che è qui riportato, non solo spiega perchè a livello mitico, la conoscenza è reminiscenza, ma anche come mai ci siano essere mortali dotati della capacità di ricordarsi, ovvero gli uomini. L'anima per sostenersi in alto ha bisogno di ali, che devono essere nutrite. Il nutrimento di ciò che sostiene l'anima nelle regioni elevate è costituito dalla bellezza, dalla sapienza e dalla bontà, mentre tutto ciò che è opposto, come la malvagità, la turpitudine e gli altri vizi, indeboliscono le ali e impediscono all'anima di soggiornare nelle regioni dove abitano gli dei. Viene poi descritto il modo in cui l'anima si nutriva quando era nel cielo. Essa andava al seguito degli dei, che si recavano nel mondo iperuranio, dove si trovano oggetti che non sono materiali, bensì intellegibili, che nutrono l'anima attraverso la pura e semplice visione. Per nutrirsi del mondo intellegibile è necessario fare un percorso in salita, è questo che determina un conflitto tra i due cavalli.
Platone dunque designa l'oggetto della nostra reminiscenza con il termine "idea", che in quanto oggetto della reminiscenza non è oggetto di un'esperienza, ma è qualcosa di superiore, ed è in relazione con l'esperienza, che rende possibile la conoscenza.
⦁ spiegazione razionale, Platone risponde con una similitudine geometrica, contenuta nel 5 libro della Repubblica. Spiega che il cammino della conoscenza oscura e fittizia a quella chiara e vera va dalla sensazione al pensiero.

L'idea del bene e i gradi della conoscenza dalla Repubblica
Questo brano tratta della linea divisa, si tratta del fatto che esiste quello che Platone chiama sole del mondo intellegibile, e che quindi, rispetto agli oggetti si chiamava idee, ha la stessa funzione del sole fisico nei confronti degli oggetti materiali. In questo discorso, il primo segmento del mondo intellegibile rappresenta il ragionamento geometrico che, partendo da delle ipotesi, giunge a delle conclusioni, senza risalire a quei principi che portano alle ipotesi dalle quali si è partiti, che quindi reggono le ipotesi.
"come se ne avessero piena coscienza, le riducono a ipotesi e pensano che non meriti più renderne conto nè a se stessi nè a altri" "che non meriti più renderne conto" significa che non si interrogano su ciò che giustifica queste ipotesi, ma partendo da queste, indagano quali conseguenze scaturiscono da queste ipotesi.
Mito della caverna, dalla Repubblica
Platone è pieno di miti, e il più celebre di questi è il mito della caverna, che è un altro modo di spiegare il cammino della conoscenza dell'uomo. Ci offre un'allegoria, cioè un mito attraverso il quale comprendere, con delle immagini, che cosa vuol dire per lui conoscere. Il cammino che viene descritto nella storia lo ritroveremo sempre nel pensiero successivo filosofico perchè tutti si sono confrontati con il pensiero platonico.
Contiene un aspetto già presente nel brano precedente sulla linea divisa. Platone nel terzo segmento parla di ipotesi che vengono assunte come tali, per quanto riguarda invece il quarto segmento, parla di ipotesi prese come punto di partenza svincolate dal loro carattere ipotetico. Le ipotesi possono essere viste come scale, una volta che sono state usate per salire, vengono abbandonate: bisogna dunque risalire ai principi delle ipotesi, per poi abbandonare le ipotesi.
Questi sono i due sensi che rappresentano due movimenti, che troviamo espressi nel mito della caverna, rappresentano due atteggiamenti della filosofia che non possono essere per Platone separati tra loro:
⦁ uno ascendente, dalle ipotesi ai principi che le fondano, attraverso il quale si risale dalle ombre a ciò di cui le ombre sono immagine; va dalla doxa alla credenza, dalla credenza al pensiero dianoetico, dal pensiero dianoetico all'intellezione. Questo movimento ascendete da vita a quella chiamata filosofia teoretica, che ha come oggetto la contemplazione, intesa come acquisizione e possesso della verità. Insomma è il cammino verso la verità che ha come fine il sapere in quanto sapere.
⦁ uno discendente, dalle ipotesi alle conseguenze che scaturiscono da queste ipotesi, compie un percorso inverso , e da vita alla filosofia pratica, che ha come fine l'agire in funzione della verità più che la verità di per sè. Secondo Platone deve essere necessario perchè è necessario riformare la vita dello stato e la vita della comunità.
I prigionieri sono gli uomini della caverna costretti a fissare le sguardo sulla parete della caverna che è opposta all'entrata senza mai potersi voltare e quindi dirigere lo sguardo direttamente verso l'ingresso della caverna. In questa poi c'è un fuoco che si trova anch'esso alle spalle dei prigionieri. Tra il fuoco e gli uomini che sono nella caverna c'è una strada, che però non è allo stesso livello dei prigionieri, è più in alto. Su questa strada ci sono degli uomini che camminano e portano sulle spalle delle statue, il problema è che la strada possiede un muretto, e di conseguenza sono le statue che gli uomini portano sulle spalle a sporgere al di sopra. Il riflesso delle statue sul muro della caverna provocato dal fuoco, fa credere ai prigionieri di conoscere tali ombre e che si tratti di cose reali. Ma successivamente un prigioniero riesce a liberarsi dalle catene che lo legavano, si guarda intorno vedendo cose mai notate prima e trova la via di fuga. Ora vede le cose del mondo esterno, ma all'inizio a causa della troppa luce che lo abbaglia cerca di vedere attraverso l'immagine riflessa nell'acqua o in altre superfici, poi si abitua. (nella prima parte viene rappresentato il primo segmento della linea divisa, sciogliersi dalle catene vuol dire liberarsi dall'incoscienza)
La difficoltà nel cammino del conoscere sta nel fatto che quella che chiamiamo vista, e che è immagine del nostro pensiero, non è capace di conoscere e di vedere perchè è abituata all'oscurità, e quindi riterrebbe molto meglio la situazione precedente di buio a quella attuale di luce.
Movimento ascendente: Platone dice che per poter passare dalla doxa agli oggetti della credenza l'uomo deve compiere un processo di tipo graduale, che consiste nel passare dalle ombre ai riflessi delle cose nell'acqua, e infine dai riflessi agli oggetti stessi. Non dovrà guardare direttamente al sole, ma dovrà guardare innanzitutto ai corpi che sono fonte di una luce debole, solo in un secondo tempo potrà dirigere la propria immagine verso il sole. Il cammino va dalle ombre agli oggetti di cui le ombre sono immagine, ma intanto esistono le ombre e esistono le immagini degli oggetti che producono poi le ombre nella misura in cui esiste una fonte di luce; questa fonte luminosa che consente agli oggetti di avere un'immagine che sia visibile e nello stesso tempo di produrre delle ombre è il sole.
Movimento discendente: chi ha conosciuto la verità, cioè la luce, il mondo esterno, dice Platone non la scambierebbe con la propria condizione precedente. Questo movimento presenta una difficoltà analoga a quella del cammino ascendente. Platone parla di due tipi di verità: una verità che deriva da un eccesso di luce, che si chiama abbagliamento, e una verità che deriva da un eccesso di tenebra, che si chiama attenebramento. Sono due tipi di difficoltà pertinenti l'una al cammino verso la verità, l'altra al cammino verso la vita pratica.
Il problema è che questi due cammini sono in un certo senso inscindibili l'uno dall'altro, perché il possesso della verità, secondo Platone, non è fine a se stesso, ma deve essere al servizio della comunità e della polis. Per Platone la conoscenza del vero e del bene serve nella misura in cui scioglie l'interrogativo riguardo la giustizia, che è la modalità attraverso la quale viene regolata la vita comune della polis e riguarda quindi l'ordine dello stato, una giustizia non del singolo ma della polis. E' chiaro dunque che chi ha visto la verità deve necessariamente tornare indietro nella caverna per dire ai propri compagni che ciò che essi ritengono verità, in realtà non sono che delle ombre prive di qualsiasi fondamento.

Vi è poi una presa di distanza dal modo in cui viene intesa l'educazione e l'insegnamento dei sofisti, che si presentano come maestri di sapienza. Questo "far girare intorno" di cui parla Platone è quella che si chiama conversione, rotazione dell'anima di 180 gradi. Invece di guardare verso la parete della caverna bisogna guardare nella direzione opposta. Non si tratta del fatto che gli occhi sono ciechi, come dicono i sofisti, come se l'insegnamento sofistico fosse una sorta di potere taumaturgico in grado di sanare la cecità degli occhi, ma il problema è che gli occhi non guardano nella direzione giusta. Quando imparano a guardare nella direzione giusta, tutte le anime sono in grado di vedere ciò che è caratteristico dell'anima, che è organo della vista. Chiaramente è una conversione di tipo conoscitivo e intellettuale, non religioso. Questa conversione non ha tuttavia il senso di abbandonare la conoscenza, come sarà nel concetto cristiano, nel cristianesimo infatti la conversione ha un significato differente. Per effettuare questo movimento di rotazione bisogna seguire dei criteri e delle regole, quest'arte, dice Platone, non è l'arte di infondergli la vista, ma deve occuparsi della conversione.
La capacità di comprendere l'intellegibile, a differenza delle altre virtù che sono proprie dell'anima, non è una virtù acquisita, ma è una virtù innata. Tutti hanno questa virtù, è un possesso proprio di ogni persona, il problema è come viene esercitata. Le altre virtù, invece, sono acquisite e non innate, e quindi possono essere usate solo con l'esercizio. La virtù dell'intelletto, che è in possesso di ogni uomo, può avere effetti positivi o negativi a seconda di come questa viene esercitata.
La conoscenza non è sensazione
Per Platone la conoscenza è reminiscenza, e il cammino del conoscere viene raffigurato come un cammino che inizia dalle ombre della sensazione per finire alla luce della conoscenza. La reminiscenza platonica è dunque passare attraverso il primo, secondo, terzo e quarto segmento della linea divisa, e c'è una chiara esemplificazione di questo nel mito della caverna. C'è un rapporto tra questa spiegazione della conoscenza e quella che Socrate chiama la ricerca della definizione. Così come Socrate con questa ricerca mirava a trovare l'universale, allo stesso modo in Platone il passaggio dal secondo al terzo segmento della linea divisa corrisponde al trovare quell'universale che unifica le sensazioni, dal terzo al quarto segmento della linea divisa corrisponde invece al trovare quell'universale che unifica le immagini ipotetiche presenti nel pensiero. Ogni passaggio della linea è sempre un passaggio di universalizzazione, i due macrosegmenti, quello relativo al mondo sensibile e quello relativo al mondo intellegibile, hanno un corrispondente ontologico.
In questo brani del Teeto si spiega che cos'è che viene conosciuto dal pensiero. questa spiegazione viene fatta da Platone distinguendo ciò che viene appreso attraverso la sensazione da quanto viene invece appreso dall'anima.
1 - 2 Socrate vuole confutare la tesi sostenuta dal suo interlocutore Teeto secondo cui la conoscenza coincide con la sensazione. Socrate dice che esistono organi di senso che sono additivi alla percezione di singole sensazioni specializzate: il suono per esempio viene appreso attraverso gli organi dell'udito, le immagini attraverso la vista ecc. Teeto concorda
3 c'è una differenza tra "con" e "mediante"? Teeto dice che è più corretto usare "mediante", noi vediamo mediante la vista. Socrate concorda
4 primo livello: Socrate dice che i vari organi di senso devono trovare un loro punto di unificazione dei vari organi di senso(udito, vista, tatto, gusto) una sintesi detto anima. I senso sono organi "medianti" i quali si conosce, l'anima è l'organo "con" il quale si conosce. Si conosce quindi "con" l'anima "attraverso" i sensi
5 i singoli sensi si escludono reciprocamente perchè hanno spazi percettivi a se stanti, ad esempio non posso vedere attraverso il tatto. Teeto concorda
6 c'è in noi un organo diverso da quelli di senso che serve per sintetizzare insieme le sensazioni dei vari organi e riferirle ad un unico oggetto, cioè l'anima, che ha una capacità unificante e sintetizzante, e quindi non è un organo di senso ma un organo di sintesi
7 a partire da qui c'è un salto nel ragionamento, perchè Platone passa ad un piano differente del discorso. Dopo aver spiegato che cosa vuol dire che l'anima è il punto di unificazione, cioè un organo capace di riferire allo stesso oggetto diverse sensazioni percettive, Platone dice una cosa nuova. Non sta più parlando del fatto che suono e immagine sono riferiti alla stessa cosa, ma sta dicendo che le parole che l'anima riferisce all'immagine, prima ancora di essere modificate sono pensate come esistenti: tutte e due esistono. Platone dice che appena si pensa a qualcosa si pensa innanzitutto alla sua:
⦁ esistenza, cioè al fatto che esista
⦁ alterità, ovvero l'essere altro, perchè le parole sono altre dalle immagini
⦁ identità, perchè quella cosa che ho visto, o sentito, o toccato è identica a se stessa,
⦁ numero, due cose insieme sono due, ciascuna separatamente è uno
Questo accade a prescindere dal fatto che si tratti di un'impressione visiva o uditiva o tattile, il pensiero, vale a dire l'anima, a prescindere dalla diversità che rimane tra le sensazioni, pensa che quell'immagine esiste e quella parola anche, e che l'immagine è differente dalla parola, ognuna di esse però è identica a se stessa.
8 a questo punto il problema è "mediante" cosa queste cose vengono pensate? con quale organo? Teeto dice che quello che gli sta chiedendo è se l'organo di udito, vista, tatto non sia incompleto e non manchi qualcosa.
9 L'anima percepisce tutte le qualità mediante i sensi, però le determinazioni (essere o non essere, l'alterità o no) le percepisce mediante se stessa e così le conosce. L'anima è un senso per così dire supplementare che ha dei conoscibili propri, ai quali si protende mediante se stessa. Gli oggetti fisici si conoscono con l'anima mediante i sensi, gli oggetti intellegibili con l'anima mediante l'anima.
11 secondo livello: l'anima è capace di accedere a conoscenze non accessibili ai sensi, (l'anima "si protende" cioè tende mediante se stessa verso gli oggetti, così come i sensi sono costantemente in tensione verso il mondo esterno, così l'anima è costantemente in tensione verso gli oggetti non materiali che accompagnano le nostre sensazioni) queste sono: la conoscenza dell'essere e del non essere, dell'identico e del diverso, dell'alterità, del numero, ma anche accanto a queste la conoscenza degli oggetti morali. Qui viene usata la parola anima come sinonimo di pensiero, il pensare, un'attività in noi spontanea ma diversa dall'attività dei sensi, anch'essa spontanea.
12 ci sono saperi che non derivano dalle sensazioni ma dalle riflessioni, cioè da operazioni che l'anima compie sulle sensazioni. Tutte le relazioni tra gli oggetti scaturiscono solo dall'esercizio dell'anima, ovvero dal fatto che l'anima rifletta sulle sensazioni e si interroghi su quale tipo di relazione esse intrattengano, che sono varie ed infinite.
13 Teoria della verità: Platone dice che per accedere alla verità è necessario innanzitutto conoscere l'essere. la verità non si colloca a livello della sensazione, perché tutti hanno le sensazioni e non c'è motivo per cui una persona dovrebbe avere le stesse sensazioni di un'altra. La verità si colloca invece al livello dell'anima: questo è il significato del titolo del brano "la conoscenza non è sensazione". Se la conoscenza è la capacità di apprendere la verità, io non devo cercarla in una sensazione, ma sull'operazione effettuata su essa, cioè una riflessione. La verità si colloca al livello dell'essere e al livello di operazione che è quello dell'anima e del pensiero, superiore a quello dei sensi. La verità per Platone è il sole che illumina. Così come il sole conferisce alla vista la capacità di essere visti, così la verità conferisce all'anima la capacità di vedere e agli intellegibili dell'anima (identità, alterità, numero, esistenza) la capacità di essere visti. Il sole illumina il vedente e il visto, la verità illumina l'anima che conosce e i conoscibili, ciò che l'anima apprende. Il sole non è nè l'occhio nè la cosa illuminata, ma è ciò che consente all'occhio di vedere la cosa illuminata.
"Dunque è possibile che mai colga la verità chi non coglie nemmeno l'essere?" Questa affermazione va intesa alla luce di quello che Socrate ha detto prima, ovvero "intorno al suono e al colore, presi tutti e due insieme, questo certo tu pensi prima di ogni altra cosa, che tutti e due esistono". E' questa la chiave, perchè in realtà ogni conoscenza, prima ancora di essere conoscenza per esempio del suono o dell'immagine, è conoscenza dell'essere. la verità si dice della conoscenza, quindi il suono, l'immagine e tutte le altre impressioni sensibili sono un sapere di tipo secondario, poiché vengono dopo il sapere dell'essere, che in fondo è ciò che l'anima conosce non attraverso i sensi, ma attraverso se stessa. Ancora si spiega il titolo " la conoscenza non è sensazione" nel senso che la conoscenza vera è la conoscenza dell'essere, che poi può essere conoscenza dell'essere dotato di forma, colore... Prima di tutto quindi il discorso sugli oggetti è conoscitivo, ad esempio dicendo "è rosso", ma il senso come tale non è conoscenza, lo diventa quando interviene il pensiero che dice l'essere.
Ontologia (teoria dell'essere)
Abbiamo già detto che la conoscenza è diversa dalla sensazione, infatti non si conosce attraverso i sensi ma con i sensi attraverso l'anima. Platone riprende da Socrate la necessità di una ricerca dell'universale, ma aggiunge ciò che manca al suo maestro cioè un'ontologia dell'universale (inteso come oggetto intelligibile colto dall'anima). Qual'è il suo essere? Ha una realtà corporea nella fiusis? La risposta è che gli universali da lui chiamate idee si trovano in un altro mondo, quello iperuranio, non fisico. La sua ontologia è di tipo dualistico, distingue un piano fisico e uno metafisico, quello appunto degli oggetti intellegibili. Questa concezione riprende parte dell'ontologia di Eraclito (per cui nella realtà non vi è nulla di fermo e costante, ma tutto muta in continuazione e vale il principio di non contraddizione):
⦁ Mondo metafisico, iperuranio, ideale, intellegibile, delle idee: caratterizzato dal principio di non contraddizione eracliteo, quindi a un soggetto non può essere attribuito un predicato e il suo contrario (la mela o è rossa o non è rossa)
⦁ Mondo fisico, reale, delle cose: accetta la contraddizione (la mela può essere come non può essere rossa)
La conseguenza di questa ontologia è un relativismo, da cui però Platone vuole uscire per salvaguardare valori come la giustizia, il bene... che non possono variare da uomo a uomo, ma devono avere un universale, un identità comune. Si pone quindi il problema della definizione dei due mondi e dei rapporti che intercorrono tra di loro:
⦁ Mondo metafisico, iperuranio, ideale, intellegibile, delle idee: ha come universale le idee, che hanno le stesse caratteristiche dell'essere parmenideo (immutabilità, imperituro, unico, immobile, ingenerato, indivisibile), ma sono tante invece che una sola
⦁ Mondo fisico, reale, delle cose: la verità del mondo fisico sta nella sua non verità. Gli enti corporei nascono, muoiono e nel frattempo si trasformano, per questo non si può mai dire propriamente quello che sono, perchè il loro stato potrebbe mutare
La dialettica
Come sappiamo, il pensiero platonico non nasce già completo di se stesso, ma si sviluppa a seguito di diverse indagini, molte di queste condotte sul dualismo della sua ontologia. Per dialettica (non si può dare una vera e propria definizione) in generale si intende una discussione al fine di arrivare alla verità non al prevalere di un'opinione su un'altra, si esemplifica con la dimostrazione scientifica, e si contrappone alla retorica, arte della persuasione. Nell'accezione platonica è sinonimo di metodo filosofico, fondato sulla teoria delle idee. Esiste:
⦁ Dialettica ascendente, che va dal molteplice all'uno, l'universale. E' un procedimento detto SINOSSI, ovvero di ricostruzione unitaria. Si concentra sul momento della divisione, che permette di ritrovare, dentro all'unità dell'idea, la molteplicità che permette di collegarla al mondo sensibile.
⦁ Dialettica discendente, che va dall'uno, l'universale, al molteplice. E' un procedimento detto DIAIRETICO, ovvero dividere l'universale dalle sottoclassi che lo compongono
Per spiegare i rapporti che intercorrono tra i due mondi, Platone propone:
⦁ Dottrina della partecipazione: I due mondi, quello fisico e quello metafisico, comunicano tramite partecipazione, dobbiamo escludere che ogni azione giusta partecipi alla totalità delle azioni giuste, perchè avremmo tante giustizie quante sono le azioni giuste, quindi un relativismo. Ciascuna azione partecipa a una parte della totalità della giustizia, e le azioni saranno più o meno giuste a seconda della porzione di totalità che interviene. Dobbiamo ipotizzare che l'idea di giustizia sia divisa in parti più o meno estese. Ci saranno quindi parti più giuste e altre meno giuste. Ciò però porta a un paradosso: la parte meno giusta sarà un'ingiustizia, che non può essere contenuta nell'idea di giustizia. A causa di questa contraddizione viene abbandonata questa dottrina.
⦁ Dottrina dell'imitazione: Il mondo fisico risulta essere un'imitazione di quello metafisico, quindi gli oggetti "particolari" sono una copia delle idee, che fungono da modelli. Il legame tra i due mondi è quindi costituito proprio da questa somiglianza. Per introdurre la somiglianza tra A e B si introduce un terzo elemento C, che avrà parte delle proprietà di A e parte di quelle di B. Quindi avendo A,B,C proprietà in comune formeranno un insieme, in quale sarà accumunato da una proprietà D, che a sua volta formerà un'insieme. Si crea una successione infinita, a causa della quale viene abbandonata anche questa teoria.
Dopo aver affermato l'esistenza di due mondi, quello fisico e quello ideale (metafisico) e aver invano cercato dottrine per definirne i rapporti, Platone passa a indagare la struttura interna del mondo ideale e da qui partirà poi la sua riflessione politica. Come all'interno di un tessuto c'è un ordito e una trama che tengono uniti i fili, così nel mondo ideale c'è una struttura delle idee, che la dialettica deve svelare.
Antropologia (definizione dell'uomo)
Anche l'antropologia è in Platone di tipo dualista. Le anime per arrestare la loro caduta si aggrappano a un corpo. L'uomo è quindi composto di una parte di un'anima (parte immortale) e un corpo (parte mortale).
L'anima viene concepita come stratificata, composta specificatamente da tre piani, e come capace di tendersi tanto verso il mondo sensibile quanto verso il mondo intelligibile.
1. razionale, parte che vive di conoscenza, si rivolge al mondo intellegibile, si nutre di "quella essenza incolore" come viene chiamata nel Fedro, ovvero le idee, gli universali
2. volitiva, parte direzionale, come un timone con cui direzionare l'anima, che punta verso una o un'altra direzione a seconda del nocchiero che la guida
3. desiderante o concupiscibile, parte dei desideri, la più inferiore dell'anima
La citta' giusta nella Repubblica
La stratificazione dell'anima serve a capire la struttura dello stato, contenuta nell'opera La Repubblica, che riporta le prime considerazioni politiche di Platone, il quale considera la città come un "uomo scritto in grande". Quest'opera è utopistica, ci da l'immagine dello stato ideale, cioè come dovrebbe essere, senza avere riscontri nella realtà storica. Bisogna dare una risposta a che cos'è la giustizia per poi definire uno stato giusto o meno. Con la ricerca della risposta vengono messe in dubbio le varie costituzioni esistenti prendendo come unità di misura, cioè come definizione, la giustizia. Lo stato per essere giusto non deve basarsi sull'imporsi di alcuni individui su altri, ma sulla divisione del lavoro, che deve adattarsi all'anima di ciascun cittadino. Nella società i cittadini sono parte di una comunità in cui c'è interdipendenza tra gli individui, cioè ognuno svolge un lavoro che è utile agli altri e a sua volta utilizza il lavoro di altri. Lo stato ideale è quello in cui ogni anima fa ciò per cui è portata. Platone immagina uno stato formato da tre classi di cittadini:
⦁ lavoratori, anime concubiscibili, legate al possesso e alle proprietà, più inferiori, che si occupano del lavoro pratico
⦁ guerrieri, anime volitive, che si occupano di difendere
⦁ governanti, anime razionali, che si occupano di governare
La parte razionale decide, quella volitiva esegue, quella concubiscibile subisce. I guerrieri e i governanti per Platone non devono avere proprietà privata perchè hanno come fine l'universale, devono perciò pensare al bene comune non personale. Se viene loro negata la proprietà privata, sarà lo stesso anche per la famiglia. Se infatti si pensa alla storia greca, risulta essere costellata di lotte tra clan, eliminando la famiglia si eliminano anche i vantaggi familiari. Ciò non significa che non possano avere donne o figli, ma questi devono essere allevati dalla comunità separatamente dai parenti. Viene teorizzata l'EDUCAZIONE, in cui i giovani vengono istruiti e aiutati a capire che anima hanno. Ci devono essere pari opportunità per tutti, indipendentemente dalla classe dei genitori. (Si ricordi che la schiavitù comunque viene mantenuta).
Nell'opera di Platone, lo stato ideale della Repubblica funge sia da criterio per classificare le costituzioni storiche sia da modello a cui guardare per realizzare una città. pag. 615
Criterio: le costituzioni storiche vengono suddivise in quattro classi corrispondenti al tipo di psicologia in esse dominante: timocrazia, oligarchia, democrazia, tirannide. Nell'elenco vengono prima le costituzioni timocratiche, come quella di Creta e Sparta, che si basano sull'uomo coraggioso e l'ambito militare. Man mano vanno sempre più peggiorando. L'interlocutore chiede: qual'è la fonte della corruzione dello stato? e ironicamente: Socrate vuoi forse che si preghi Omero e le Muse per rivelarci da dove viene la discordia? A questo punto il filosofo spiega.
E' difficile che si avveri lo stato ideale, infatti ogni cosa, comprese le costituzioni nascono e periscono. Si tratta di una rivoluzione, un concetto circolare, già presente in astrologia dove si parla di rivoluzione in relazione a un moto circolare. Ogni specie ha un cerchio più o meno lungo, e ci sono i periodi fecondi e quelli non fecondi: si tratta di una politica eugenetica (cioè basata sulla buona nascita) A volte lo stato genera figli durante i periodi non fecondi, provocando nascite cattive e dunque un danno. Il filosofo descrive come si calcola il numero delle nascite e come l'attività generativa deve essere rigorosamente predisposta. Ci sono meccanismi di selezione per i nati, ma il concetto di scegliere i migliori è relativo perchè dipende tutto dal periodo proficuo o no in cui essi sono nati. La prima fase dell'educazione è quella musicale, che forma l'anima perchè ha su di essa come un potere magico, come se compisse un incantesimo, stesse parole che usa Gorgia riguardo alla parola nell'Encomio di Elena. Se si salta questa fase escono dal percorso educativo magistrati che non hanno capacità. Dunque l'origine della discordia è il fatto che vengono generati figli fuori tempo debito, se si genera in periodi non fecondi c'è una cattiva generazione che quando arriva alla dirigenza trascura l'educazione, specie musicale, impedendo di discernere le persone delle varie età.
Circolarita': vita delle costituzioni, vita dell'anima, vita cosmica, vita delle civilta'
Nella costituzione aristocratica l'anima razionale è quella preponderante, nella costituzione timocratica è la parte volitiva, nella costituzione democratica la parte concupiscibile. L'invidia della popolazione nei confronti del governo oligarchico fa si che questo viene poi rovesciato a favore di quello democratico, dove la gente ambisce alle ricchezze più che al potere. Si passa così presto alla tirannide. Così si crea un circolo, un degenero progressivo che si ripete. Si torna poi infatti alla timocrazia per poi ricominciare.
Platone parla di periodi dell'anima, che sono cosmici, politici e storici. Per ognuno di questi si compie un processo circolare, l'idea che si torni sempre al punto di partenza comporta una temporaneità non rettilinea ma circolare. L'anima come lo stato conosce un ciclo, è infatti costretta a migrare in corpi diversi prima di purificarsi. Platone da il numero certo che corrisponde all'anno cosmico, si tratta di filosofia dell'aritmetrica. In periodi particolari le anime sfuggono alla reincarnazione. Anche il cosmo, dotato di un'anima che rappresenta la sua vita, alla lunga degenera. Anche la storia delle civiltà subisce questo processo. Platone sostiene che ci siano state altre Atene sommerse da catastrofi naturali, cos' si sono cancellate intere civiltà e i loro progressi.
Il politico
Il passo successivo nella ricerca platonica è contenuto nel Politico, in cui elogia un mitico passato in cui governavano re-pastori con capacità eccezionali. Emanavano provvedimenti differenti a seconda delle situazioni e degli uomini, erano dunque provvedimenti di carattere particolare. Nel testo è contenuta anche una critica al nomos, che si sviluppa su due piani:
⦁ nomos con carattere generale, astratto, che regola le situazioni in modo generico, non prevede che si trattino i singoli casi particolari: le leggi vanno dunque interpretate e adattate. Questi mitici sovrani erano invece in grado di trovare indicazioni per ogni caso
⦁ nomos fatto in modo che non sia importante che colui a cui si rivolga la norma ne sia convinto e decida di seguirlo: la legge comanda, con un carattere prescrittivo, senza persuadere con bontà
All'iniziale quadro di avversione al nomos, vi è poi una svolta. Quanto criticato circa le leggi riguarda tempi passanti, in cui vi erano re-pastori, che ora sono stati sostituiti da uomini non più in grado di una guida politica al di fuori del nomos. Il nomos divenuto prescrittivo è l'unica eredità dei precetti di quei re-pastori e del loro modo di governare. Ritorna uno dei concetti chiave dell'ontologia platonica: l'imitazione. In questa fase del pensiero politico, Platone propone una tipologia di costituzione differente da quella tracciata nella Repubblica, dove parlava di generazioni e di differenziazione del lavoro. Il criterio con cui si produce la corruzione nasce da individui aristocratici, comunque buoni e razionali, nati in una cattiva generazione, che hanno ricevuto una scadente educazione. In questi la parte irascibile non è domata e avviene uno spostamento del baricentro dell'anima su vari livelli e quindi cambiamenti dell'asse delle costituzioni. Il problema che si pone adesso è dunque quello di distinguere lo stato governato dal nomos e quello invece non. Una cosa è il tempo delle origini in cui c'era un governo divino e le leggi non erano così utili, ma ora che a governo ci sono imitatori bisogna conservare quelle leggi copia della sapienza divina del governo precedente.
Platone distingue il governo attraverso il nomos e il governo non attraverso il nomos. La monarchia (governo di uno), l'aristocrazia (governo di pochi) e la democrazia (governo di molti) sono tutti governi attraverso il nomos e quando si corrompono danno vita a governi non attraverso il nomos: la monarchia diventa tirrania, l'aristocrazia diventa oligarchia, la democrazia diventa demagogia (governo in cui il popolo è sedotto dai discorsi di uno)
Le leggi
Le leggi sono l'ultima opera composta da Platone, l'opera più lontana dalla Repubblica. Nella sua riflessione Platone era partito dall'uno disegnato in grande che regge lo stato ideale, per poi parlare del nomos in generale, e in quest'opera passa all'analisi delle costituzioni storicamente esistenti.

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