Antois di Antois
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PLATONE

• Biografia di Platone
Platone rappresenta uno dei quattro pilastri fondamentali della filosofia, della storia del pensiero umano. Egli è il più importante discepolo di Socrate e vive in un periodo storico negativo, successivo al disastro della guerra del Peloponneso, in cui la polis subisce un declino. La partecipazione di Platone alla vita cittadina viene quindi meno e si afferma quel concetto di lontananza, di “isolamento del filosofo” dalla vita pubblica, poiché egli non si riconosce più nella polis. Egli appartiene ad una delle più importanti famiglie aristocratiche, in quanto nipote di Crizia, capo del governo dei trenta tiranni e anch’esso discepolo di Socrate. Platone compie numerosi viaggi recandosi ad Atene, in Egitto, in Asia e per ben tre volte a Siracusa, nel 388 a.C., (che era la più potente città del Mediterraneo), tentando di avvicinarsi alla corte del re di Siracusa per applicare su di essa il suo progetto politico e liberarla dai mali inflitti dalla dinastia tiranna dei Dionigi, fallendo però nella sua missione. Prima di intraprendere i viaggi, egli fonda nel 387 a.C. ad Atene un’accademia nella quale elabora le sue teorie filosofiche, compone le sue opere più complesse e tiene anche le sue lezioni. Inoltre crea delle vere e proprie scuole filosofiche, sul modello dell’accademia platonica, e queste gestivano la trasmissione delle idee filosofiche.
Platone scrive 36 opere sotto forma di dialogo e in quasi tutte e presente la figura di Socrate, tranne in una,“Le leggi”, considerata da molti studiosi l’ultima opera di Platone. Sulla datazione cronologica delle sue opere vi sono alcuni dubbi ed è stata proposta una suddivisione in tre fasi: questa tripartizione è stata realizzata in base ad un carattere stilo-metrico, attraverso l’analisi dello stile e del linguaggio. Le tre fasi sono:
- fase della giovinezza:
Nei dialoghi della giovinezza espone delle tesi simili a quelle di Socrate.
- fase della maturità:
Nei dialoghi della maturità la presenza socratica si affievolisce; viene elaborata la teoria delle idee e anche il suo pensiero politico.
- fase della vecchiaia:
In questa fase Platone rivede in maniera critica le sue idee e il suo pensiero politico.

Nella prima fase sono fondamentali l’“Apologia di Socrate”, che narra le vicende legate all’accusa di Socrate, e le “non-scritte”, secondo alcuni mai esistite e frutto dell’immaginazione, secondo altri esistite e dimostrabili grazie ad alcune tracce.
Platone è in stretto contatto con la teoria di Socrate, poiché egli fu presente in molti dei suoi discorsi. L’interesse della tecnica dialogica accompagna Platone nella sua speculazione filosofica. In Platone è presente un primato della cultura orale su quella scritta, anche se ciò è un elemento abbastanza ambiguo poiché Platone scrisse molte opere.

• Il mito di Teuth
Nei suoi dialoghi, Platone spiega attraverso il mito di Teuth la sua concezione di tale primato orale: il dio egizio Teuth, che magnifica le virtù della scrittura alfabetica da lui stesso inventata, la dona al re Thamus, il quale però obietta che lo scritto conferisce la falsa convinzione di possedere un sapere, mentre questo è una “apparenza del sapere”. Il testo scritto è necessario, ma non può dire tutto, poiché fornisce un sapere preconfezionato, mentre autentico è solo il sapere che si conquista con la ricerca personale e con il dialogo. Non deve essere cristallizzato (imprigionato) nella pagina. Platone quindi scrive perché, morto il suo maestro, voleva lasciare una testimonianza di Socrate e del suo pensiero filosofico.
All’interno dell’esposizione dialogica, Platone ricorre alla narrazione mitica ritornando indietro, ad un linguaggio pre-filosofico e non razionale. I miti hanno due precise funzioni:
- funzione educativo-divulgativa: consiste nella divulgazione
- funzione allegorica: attraverso il mito, che appartiene alla cultura pre-filosofica, Platone vuole spiegare dei concetti filosofici e razionali, servendosi anche della personificazione.
L’allegoria spiega i concetti di una disciplina ricorrendo al linguaggio di un’altra disciplina.

• Il mito della caverna
Platone utilizza il “mito della caverna” per esporre i due piani della realtà (ambito ontologico) e i due piani della conoscenza (ambito gnoseologico).

In una caverna gli uomini sono incatenati fin da fanciulli come schiavi, in modo da non poter vedere ciò che è alle loro spalle. Essi sono quindi costretti a guardare il fondo della parete, sulla quale la luce del sole proietta le loro ombre, che vengono considerate reali. Uno di questi uomini riesce a liberarsi e, dopo aver percorso la salita, giunge alla luce del Sole. Abbagliato, pian piano si abitua alla visione del mondo reale sino ad arrivare alla sua contemplazione. Provando pietà per i suoi compagni, torna nella caverna per indurli a liberarsi, ma essi lo deridono e non credono alle sue parole.
In questo mito il mondo delle ombre proiettate sulla parete rappresentano il mondo mutevole della conoscenza sensibile. Le ombre sono il simbolo dell’errore della mente umana quando questa si affida soltanto ai sensi; rappresentano quindi il mondo delle apparenze, il mondo della superficie visibile delle cose. Le catene con le quali gli uomini erano legati, invece, così come anche il buio, rappresentano il piano della conoscenza sensibile, la . Il prigioniero che si libera e comincia il suo percorso verso l’uscita della caverna simboleggia il saggio, il filosofo (e viene paragonato da molti a Socrate); mentre il percorso che compie dall’oscurità sino alla luce del sole rappresenta il percorso dal mondo dell’apparenza al mondo intelligibile o razionale. Il sole, che da nutrimento alla realtà, rappresenta il mondo intelligibile, che Platone chiama “mondo delle idee”, raggiungibile soltanto da chi compie tale percorso.

• Piano della conoscenza sensibile e razionale
Il piano della conoscenza sensibile, ovvero il piano della "doxa", si distingue in:
- eikasia (immaginazione)
- pistis (credenza, superstizione)

Il piano della conoscenza intelligibile o razionale, ovvero il piano dell’episteme, si distingue in:
- dianoia (conoscenza di tipo matematico-deduttivo, che permette alla mente umana di giungere a conclusioni certe partendo da proposizioni indimostrabili)
- voesis (intellezione; grado supremo della conoscenza con il quale è possibile cogliere in modo immediato il mondo delle idee)

• L’idea
Per Platone l’idea (detta anche “forma perfetta”) è il fondamento ultimo della realtà e, nonostante non vi sia una definizione in assoluto, può essere considerata come una regione mentale chiamata “iperuranio” (oltre il cielo) e posta fuori dalla mente di ciascun uomo nella quale sono situati tutti i modelli perfetti di conoscenza e di comportamento di cui le azioni umane sono soltanto delle copie. Le copie, quindi, sono il riflesso delle idee.
Il rapporto tra idee e copie è rappresentato dal rapporto tra mimesi e metessi: mimesi sta per imitazione (l’azione giusta è un’imitazione dell’idea di giusto che ha sede nell’iperuranio); metessi, invece, sta per partecipazione (le idee partecipano delle cose e viceversa; tra loro c’è qualcosa di simile).

• La figura del filosofo
Platone spiega la figura del filosofo attraverso due miti, quello di Simposio (o del convito) e quello di Fedro.
Nel primo egli paragona il filosofo a eros (ovvero all’amore) e lo descrive come figlio di altri due concetti astratti, penia (povertà) e poros (ingegno). Il filosofo, in quanto sapiente, ha l’ingegno, ovvero la predisposizione per la ricerca, ed è desideroso di incrementare le proprie conoscenze. Nel secondo mito Platone, parlando allegoricamente del concetto di bellezza, spiega qual è il compito del filosofo, ovvero quello di salire dal piano della conoscenza sensibile a quello della conoscenza intelligibile, un compito che viene definito ascensivo o sinottico. Questo percorso di salita viene compiuto partendo dal livello più basso della bellezza (che è la bellezza fisica), sino a giungere alla bellezza astratta (rappresentata dalla scienza, dalle istituzioni…) che costituisce l’idea di bello. La  rappresenta non solo la bellezza fisica, ma anche tutte le cose materiali.

• La dottrina della reminiscenza
Platone si ricollega alla teoria della metempsicosi: egli sostiene che l’anima, prima di incarnarsi in un corpo, ha raggiunto l’iperuranio per contemplare le idee e vedere i modelli ideali delle cose, dimenticandoli però al momento dell’incarnazione. Di queste idee sono rimaste solamente delle tracce mnesiche (tracce dipinte dalla memoria) e quindi, per Platone, il compito del filosofo è quello di ricordare il più possibile ciò che è rimasto nell’anima della precedente contemplazione. Soltanto attraverso il ricordo si può raggiungere la conoscenza, che equivale al ricordo delle tracce rimaste, e ciò prende il nome di dottrina platonica della reminiscenza, raccontata nel mito della “biga alata”. In esso, l’anima viene raffigurata come un cocchio diretto verso il mondo delle idee sul quale si trova un auriga, che guida due cavalli alati: uno rappresenta la forza d’animo, l’altro i desideri. Il cocchiere simboleggia la ragione ed ha il compito di tenere a freno le passioni. Quando non ci riesce, l’anima cade sulla Terra e si incarna in un corpo, perdendo la visione delle idee. La conoscenza allora sarà possibile soltanto come ricordo.
Platone riprende anche l’idea pitagorica secondo la quale anima e corpo sono distinti. I pitagorici ritenevano che il corpo fosse la prigione dell’anima e che questa potesse essere separata dal corpo e purificata prima della morte del fisico. E per Platone filosofare significa preparare l’anima mentre si è in vita, purificarla conducendo una vita austera e lontana da quella mondana.
• Eternità e immortalità dell’anima
Platone sostiene che l’anima è eterna e immortale mediante quattro argomentazioni:
1) argomento dei contrari
Ogni essere si sviluppa dal suo opposto: come la morte si genera dalla vita, così la vita (e quindi l’anima) si genera dalla morte e si reincarna in un altro corpo.

2) argomento del semplice e del composto
L’anima non è composta da atomi (come ritengono Democrito e tutti gli altri materialisti), ma è semplice e in quanto tale continua a vivere dopo la morte del corpo.

3) argomento della somiglianza
Le idee sono eterne e, poiché l’anima somiglia alle idee, anch’essa è eterna.

4) argomento della partecipazione (o della vitalità)
L’anima è paragonabile ad uno pneuma (soffio vitale) e in quanto tale partecipa all’idea di vita (quindi è una copia dell’idea assoluta di vita).

• Il “Parmenide” e il “Sofista”
Nella parte finale del suo pensiero, Platone scrive due opere appartenenti alla terza fase, quella della vecchiaia. Una è il “Parmenide”, l’altra è il “Sofista” (ma in entrambe il protagonista è Parmenide).

Platone effettua un’autocritica utilizzando la figura di Parmenide. L’oggetto della critica è il rapporto tra le idee e le cose, tra l’iperuranio e la dimensione sensibile. Inizialmente Platone aveva trovato un collegamento, sostenendo che le idee partecipano delle cose e viceversa, ma adesso smentisce la sua teoria e sostiene che ciò non è sufficiente per stabilire un collegamento.
Gli argomenti attraverso i quali Platone critica le sue idee nel Parmenide sono tre:
- argomento delle idee di genere:
Le idee di genere sono quelle dei concetti astratti (bello, bene, santo, giusto, uomo…). Platone si domanda: “Accanto alle idee di genere dobbiamo ammettere nell’iperuranio anche le idee che raffigurano le cose materiali? Non si rischia di distruggere la funzione delle idee?”. Platone sostiene quindi che i concetti di idea e di iperuranio sono validi soltanto per le idee di genere, che sono astratte.
- argomento del rapporto unità/molteplicità:
Platone paragona l’idea all’essere di Parmenide e le copie al non-essere. Di conseguenza le idee hanno le stesse caratteristiche dell’essere: sono eterne, immutabili, stabili e unitarie. Ma l’unità di un’idea viene a frantumarsi nelle azioni, che sono le copie delle idee.
- argomento del terzo uomo:
Secondo Platone, tra l’idea suprema di uomo e le copie di tale idea vi è un terzo uomo, che funge da intermediario e collega l’iperuranio e la dimensione sensibile.

Nella seconda opera, il “Sofista”, Platone spiega il rapporto che vi è tra le idee: esse, come l’essere di Parmenide, sono unitarie, stabili, eterne (eternità = atemporalità) e non soggette al divenire. Ma se l’idea è unitaria perché vi sono più idee? Platone risponde a questa domanda dicendo che non si tratta di non-essere, ma di un diverso modo di essere, in base alla teoria dei cinque generi sommi, che sono:
- l’essere l’idea può essere paragonata all’essere
- l’identico l’idea è considerata nella sua “inseità”, cioè se ne sta in se stessa
- il diverso ogni idea è diversa da un'altra
- la quiete nell’iperuranio le idee non entrano in rapporto con le altre
(è detta anche autoreferenziale, ovvero si riferisce a se stessa)
- il movimento nell’iperuranio le idee entrano in rapporto con le altre
(un’idea è in movimento quando entra in comunicazione dialettica con un'altra idea)
Platone da un altro significato al non-essere di Parmenide, poiché le idee non implicano il non-essere ma consistono in un modo diverso di essere: questo prende il nome di “Parmenicidio”, ovvero uccisione culturale di Parmenide.
• La struttura gerarchica delle idee
Nelle sue opere scritte, Platone non parla di una struttura gerarchica delle idee, ma questa può essere dedotta implicitamente. Non esistono soltanto idee di cose astratte, ma anche di cose corporee, materiali: attraverso l’idea Platone spiega il mondo materiale. Per Platone, esistono idee di genere e idee di specie (che sono delle specificazioni delle idee di genere).

In base alla tecnica discensiva (o diairetica), si parte dall’idea di genere e, attraversando le varie idee di specie, si passa dal mondo intelligibile a quello sensibile e, quindi, alle copie delle idee. Si ha un processo di scomposizione.
In base alla tecnica ascensiva (o sinottica), si parte dalle copie o dagli esempi e si giunge alle idee di genere nell’iperuranio. Si ha un processo di raggruppamento: in base al concetto di synagoghe (“riunione”, “composizione”), le varie idee di specie sono riunite in quella di genere.
• La dottrina dell’uno e della diade
Platone riprende alcune caratteristiche dei pitagorici, come la metempsicosi, la preparazione dell’anima al suo destino e anche il concetto dei numeri pari e dispari. Secondo quanto dedotto dalle dottrine non-scritte, Platone considerava il bene come l’idea del valore supremo denominato “uno”. L’uno è principio del limite. La diade, invece, esprime il caos, l’illimitato, l’imperfezione. L’uno limita la diade, poiché il numero uno, che è parimpari, aggiunto al numero due lo trasforma in tre, che è un numero dispari e limitato. Per Platone il modo in cui l’uno limita la diade spiega il mondo intelligibile e quello sensibile. Il concetto di bene rischiara tutte le altre idee, ma non le copie del mondo sensibile, così come, nel mito della caverna, il sole illumina la realtà materiale e non l’interno della caverna, che rappresenta il mondo sensibile, delle apparenze.

• Il pensiero politico di Platone
Platone, che si era distaccato dal contesto sociale e provava disgusto per la condanna di Socrate, aveva intenzione di creare uno stato giusto, come viene espresso nella “VII lettera”. La concezione politica di Platone si suddivide in due fasi:
- pars destruens, dove Platone critica la situazione politica degli stati
- pars costruens, in cui Platone elabora teorie e concetti che per lui possono costituire uno stato giusto.
La critica di Platone investe un sostanziale binomio che riflette il duplice volto dello stato: quello dei ricchi e quello dei poveri, che a livello politico e sociale non erano in grado di elevarsi per dare origine ad una società egualitaria. Non può esservi giustizia in uno stato retto da un tiranno, da un gruppo oligarchico o da uomini politici incompetenti (concetto di incompetenza, molto attuale): chi è preposto al governo deve avere le competenze tecniche per poter dirigere uno stato.
Tuttavia per Platone lo stato è necessario: esso nasce dal fatto che ogni individuo non è autosufficiente, non basta a se stesso, e quindi ha la necessità di associarsi ad altri uomini. Lo stato ideale di Platone è uno stato in cui ogni individuo si limita a svolgere il proprio compito in base alle proprie competenze ed esso deve essere suddiviso in classi, tra le quali vi è quella di produttori, artigiani, pastori e commercianti, per i quali non esiste la proprietà privata, poiché i beni prodotti devono essere finalizzati a tutti. Un’economia di sussistenza, però, non può garantire lunga vita allo stato, quindi si esce da questa situazione primitiva e si entra in una nuova situazione, in cui lo stato vive sfarzosamente e ha bisogno di beni di lusso per condurre una vita adeguata. Ma nel momento in cui vengono a mancare questi indispensabili beni di lusso, lo stato sconfina dal suo territorio e invade altri territori per appropriarsi dei loro beni, scatenando la guerra tra stati, che è fonte di male e di ingiustizia. Anche questa forma di stato quindi non va bene e Platone sostiene che la cosa migliore sia una tripartizione di stato in tre classi di uomini, ognuna con determinati compiti e determinate virtù:
- i custodi: filosofi sapienti che riescono a cogliere i modelli perfetti nell’iperuranio attraverso la virtù noetica e reggono le sorti dello stato; essi sono dotati della sophia o (sapienza);
- i guardiani: soldati che difendono i confini dello stato e devono essere degli uomini sia intelligenti che coraggiosi (la guerra è ingiustizia, ma chi riesce a combatterla in maniera giusta è virtuoso, magnanime); essi sono dotati del coraggio (che secondo Aristotele si trova tra la vigliaccheria e l’incoscienza, la sfrontatezza) o phronesis (che consiste nel saper scegliere la cosa più opportuna al momento giusto);
- i produttori: costituiscono la base sociale dello stato platonico e sono destinati alla produzione dei beni; essi non hanno una virtù specifica in quanto sono legati alle cose materiali, ad eccezione della temperanza (che però è comune a tutte le tre classi e indica la lontananza dagli eccessi).
I beni prodotti dalla terza classe sociale dovevano essere gestiti in comune dai custodi e dai guardiani: per i produttori era valido il concetto di proprietà privata, mentre per i filosofi e per i soldati no, poiché essi avevano un’intelligenza tale da essere in grado di slegarsi dai vincoli della materia. Il concetto di scambio e di comunismo si estendeva a tutti i beni materiali, anche alle mogli e ai figli.
Secondo Platone, la donna ha le stesse capacità dell’uomo: esse possono essere reggitrici dello stato, poiché hanno tutte le competenze per farlo. Si introduce quindi il concetto di eguaglianza: anche le donne, proprio come gli uomini sapienti, potevano condurre una vita austera e distaccare la loro anima dal corpo prima della morte, preparandola al suo futuro.
Attraverso il mito della “biga alata” Platone sostiene che l’anima è composta da tre parti:
- la parte razionale (paragonata all’auriga)
- la parte concupiscibile (paragonata al cavallo non di razza che simboleggia le passioni materiali)
- la parte irascibile (paragonata al cavallo di razza che si adira per il fatto che l’altro cavallo gli impedisce di raggiungere l’iperuranio).
Tra le varie parti che compongono l’anima deve esserci armonia, deve esserci una situazione di equilibrio.
L’anima può compiere il bene soltanto se prima ha contemplato l’iperuranio, se ha conosciuto le idee attraverso la virtù noetica. Il male consiste nel fatto che l’anima non conosce le idee perfette, quindi corrisponde all’ignoranza dei modelli ideali delle cose. Rispetto a quanto sostenuto da Socrate, però, entra in gioco il concetto di scelta (prima di incarnarsi nel corpo, l’anima decide se condurre una vita buona o cattiva), spiegato nel mito di Er (contenuto nella Repubblica).
Er è un guerriero morto in battaglia al quale viene data l’opportunità di resuscitare per contemplare l’iperuranio e raccontare agli altri uomini le cose viste. Qui egli incontra molte altre anime che stanno per reincarnarsi in altri corpi, le quali scelgono se condurre una vita positiva o negativa. Tra queste anime vi è quella di un uomo anonimo, che sceglie di condurre una vita da tiranno, una vita degenerata, e quella di Ulisse, che, stanca di affrontare difficoltà e pericoli, decide di condurre una vita anonima, tranquilla.
Il primo è un esempio di scelta morale negativa, mentre il secondo implica un tipo di scelta moralmente connotata, perché si tratta di una vita anonima che però non è degenerata. La scelta quindi viene compiuta dall’anima e non dall’uomo: in questo caso possiamo parlare di morale autonoma poiché l’anima è interna all’uomo.

Nelle Leggi Platone attua una revisione del suo progetto politico e sostiene che le forme di stato degenerato sono quattro:
- timocrazia: si fonda sull’onore e sul valore militare; lo stato è retto da soldati e guardiani e non da filosofi, che improntano la propria azione politica a criteri di sapienza;
- oligarchia: governo dei pochi, dei ricchi, dei migliori; non vi è equilibrio tra ricchi e poveri e si rischia il caos;
- democrazia: (o meglio demagogia che sfocia in democrazia) si ha quando il popolo rovescia la situazione a proprio favore e ottiene il vantaggio sui ricchi; il popolo però è costituito da produttori che non hanno la conoscenza delle idee, sono incompetenti, inadeguati al loro compito; lo stato sarebbe fondato sull’ignoranza e si avrebbe caos e anarchia (nessuno saprebbe quale funzione svolgere)
- tirannide: il tiranno è colui che esercita il dispotismo verso i propri sudditi; esso però vive nella paura dei suoi nemici, quindi sarebbe uno stato fondato sul terrore e senza futuro.

La teoria dello stato ideale è un’utopia, ma ad essa bisogna sostituire la concretezza di uno stato fondato sulle leggi, delle quali i migliori interpreti erano i magistrati, che avevano il compito di far rispettare tali leggi ma soprattutto di rispettarle. Quindi i magistrati (iuris periti) sono interpreti, custodi ma anche servi delle leggi.
In uno stato siffatto le teorie sul comunismo dei beni vengono attenuate, poiché anche questa è un’utopia e non porterebbe ad alcun risultato. Il comunismo persiste però all’interno dei nuclei familiari: le donne non potevano più essere oggetto di scambio, ma i figli sì. Infatti, se il figlio di un produttore avesse manifestato fin da piccolo un’inclinazione verso la filosofia, sarebbe dovuto diventare figlio di un filosofo e viceversa. Il nuovo stato quindi prende il criterio della meritocrazia: il merito si misura non sulla base della classe sociale alla quale si appartiene ma in base alle proprie capacità.
La legge viene posta per impedire la violazione, il male, la tracotanza; mentre nel primo modello la violazione non era contemplata.

Come viene espresso nelle Leggi e nella Repubblica, fondamentale è il concetto di educazione. L’educazione è la formazione per far sì che gli uomini diventino un giorno filosofi custodi dello stato.
Le tre classi che costituiscono lo stato devono studiare ginnastica e musica, che servono a rendere l’anima armonica, predisponendola ad accogliere il bene. Il concetto di armonia si identifica con quello di giustizia.
Le discipline specifiche dei guardiani devono essere l’aritmetica, la geometria e la stereometria; mentre i filosofi devono studiare la filosofia.

• L’arte vista da Platone
Nella riflessione dei filosofi è presente un settore dedicato all’arte, che è legata alla percezione, all’osservazione. Per arte si intendono soprattutto il teatro e la poesia, ma non viene contemplata come disciplina di un percorso educativo per i reggitori dello stato. Per Platone l’arte è sinonimo di finzione, poiché il teatro, ad esempio, è caratterizzato da attori che imitano la realtà materiale. L’arte viene definita quindi “mimesis mimeseos”, ovvero “imitazione di un’imitazione”, in quanto l’arte è imitazione delle cose, le quali a loro volta sono imitazioni delle idee perfette. All’arte viene attribuito quindi un giudizio negativo: dal punto di vista metafisico-gnoseologico perché occupa il quarto grado nella scala della verità (idee/enti matematici/copie/arte), dal punto di vista pedagogico-politico perché trascina sia coloro che recitano sia coloro che osservano. Il pathos, ovvero l’insieme delle emozioni suscitate negli spettatori, è deleterio per l’uomo in quanto lo allontana dal mondo della realtà. L’arte rappresenta gli uomini come in preda alle passioni, alle concupiscenze, e per questo motivo è oggetto di disgusto per Platone insieme alla tragedia greca, nella quale gli esseri umani venivano rappresentati legati al mondo sensibile. Possiamo parlare quindi di teatrocrazia, ovvero di dominio del teatro.

• La formazione dell’universo nel “Timeo”
Il Timeo è l’unica opera scientifica di Platone e consiste in un discorso fisico-matematico, raccontato sotto forma di mito, che riprende la tradizione pitagorica dell’aritmo-geometria. In esso Platone parla della teoria cosmologica di origine e di formazione dell’universo e immagina la formazione del mondo come la creazione di una figura mitica, leggendaria, quella del “demiurgo” (plasmatore, artigiano del mondo o divino artefice). In questa teoria non vengono coinvolte le idee, poiché esse sono eterne (esistono da sempre e continueranno ad esistere): coinvolta è soltanto la chora, ovvero “ricettacolo di materia informe”. Il demiurgo, in quanto artigiano, non crea il mondo dal nulla come il Dio del cristianesimo, ma crea il mondo plasmando la chora e le da la forma di copie, conferendogli “un’anima del mondo”. Il risultato immediato della plasmazione della  sono i quattro elementi della natura: acqua, aria, terra, fuoco. Tra le idee e le copie vi è un ulteriore grado: gli enti matematici, che rappresentano lo strumento per mezzo del quale il demiurgo da ordine a ciò che è in disordine. La struttura della realtà è una struttura matematica. La realtà fisica è armonia, poiché è costituita da figure geometriche, le quali sono costituite da punti. Il demiurgo utilizza quindi i numeri per riordinare acqua, terra, aria e fuoco, che costituiscono le basi della realtà dalle quali hanno origine le copie. Il linguaggio della matematica è quindi il codice di interpretazione della natura. Dopo aver dato vita alle cose materiali, il demiurgo conferisce ad esse anche un aspetto temporale: il tempo viene definito “immagine mobile dell’eternità” poiché è lo stato di mutazione al quale sono soggette le copie. Il Timeo è la prima opera del pensiero filosofico occidentale che introduce il concetto di tempo. I filosofi oppongono due concezioni del tempo: quella fisica e quella mentale. Quella del Timeo è una visione anticreazionista poiché si oppone al creazionismo, ovvero a quella tradizione ebraica-cristiana secondo la quale Dio è un essere perfetto, assoluto e trascendente (separato) rispetto al mondo, che viene creato con un atto libero e volontario.

• La metafisica per Platone
Platone è considerato da alcuni il padre della metafisica occidentale: per metafisica si intende la realtà che va al di là del piano sensibile, in riferimento al piano superiore rappresentato dalle idee; ed è intesa non come proiezione dell’uomo verso luoghi dell’aldilà (luoghi danteschi come inferno, paradiso e purgatorio) ma come livello superiore della conoscenza. Possiamo parlare di prospettiva metafisica come guadagno di un piano ontologicamente e gnoseologicamente superiore, ovvero il piano delle idee.

• Prima e seconda navigazione
Platone paragona la conoscenza sensibile ad una barca con i remi. Fin quando la barca non riesce a dotarsi di ciò che è necessario per navigare, va avanti con i remi. La navigazione con i remi è paragonata alla conoscenza sensibile, perché rappresenta una forma imperfetta di navigazione e quindi di conoscenza. Per poter navigare senza il rischio di annegare bisogna avviare quella che Platone definisce “seconda navigazione”, che riguarda l’accesso ad un piano superiore.

• Empirismo e razionalismo (o idealismo)
L’empirismo è una concezione filosofica che ritiene che tutte le conoscenze derivino dalla realtà sensibile, la quale viene considerata criterio unico di verità. All’empirismo si contrappone il razionalismo (o idealismo), secondo il quale l’unico criterio di verità è il modo in cui il pensiero rappresenta la realtà.

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