pexolo di pexolo
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Immaginazione

Secondo Platone il futuro guardiano pratica la mìmesis, la facoltà di assumere forme diverse, se fa cattivo uso dell’immaginazione. La mimesi (che qui non ha nulla a che fare col riprodurre imitativo dell’artista) è anzitutto l’operazione mentale, immaginativa, tipica della lettura ad alta voce di un testo letterario, in cui capita di assumere le sembianze di un personaggio. Declamando brani letterari l’allievo rischia di sviluppare un talento metamorfico che lo avvicina fatalmente al ‘goes’, allo «sciamano» capace di plasmarsi come un bravo attore nelle forme più svariate, e tutte rigorosamente immaginarie («facendoci credere che le assume davvero»). L’esempio portato da Platone presenta la situazione in cui il futuro guardiano, imbattendosi nella lettura in una situazione in cui «una donna insulta il marito» (possiamo pensare ad una commedia di Aristofane) non dovrà prendere le sembianze del personaggio.

La ragione per cui la mìmesis non viene abitualmente interpretata come «immaginazione» metamorfica è che la lingua greca non possiede un termine equivalente al nostro “immaginazione”. Chi ha pensato di tradurre con “immaginazione” l’eikasìa, cioè la facoltà sensibile di percepire immagini riflesse, ha commesso un equivoco assai grave.

Rischio estremo

Il rischio estremo dell’immaginazione non dipende dai contenuti dell’immaginare (in quanto morali o immorali) ma dalla possibilità che l’immaginazione si «emancipi» dalla realtà e la sostituisca senza che io me ne accorga. La scena della caverna è il teatro dell’immaginazione, in cui l’immagine somigliante (l’ombra proiettata sullo schermo della mente) non diventa innocua per il fatto di essere riconoscibile come immagine (non riesco a distinguere lo stato di veglia da quello di sogno). La simulazione non è mai innocua perché sprigiona una fascinazione speciale proprio in quanto immagine; non c’è immagine che non possieda un suo magnetismo, e questo magnetismo finisce prima o poi per prevalere sulla cosa di cui l’immagine è immagine. Succede che, a un certo punto, la cosa, anche se la vedo, non mi interessa più, perché l’immagine mi appare più fascinosa, e mi risucchia.

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