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La funzione negativa dell'arte

Platone tratta il tema dell'arte nel II e III libro della Repubblica. La prima formazione che devono ricevere è conseguita attraverso esercizi ginnici e la preparazione atletica; la seconda invece grazie alla cultua, cioè la musica, la poesia, il mimo, la danza.
Platone reputa necessaria la presenza di tali arti nel curricolo formativo del giovane; la poesia, l'epica, in particolare. In generale però il suo giudizio sull'arte è negativo: l'arte esercita il suo fascino sulla parte irrazionale, incanta l'animo, lo confonde, lo esalta, lo attrae, ma proprio per questo può essere fonte di male ed errore. Più in particolare, secondo Platone, le arti tendono a lusingare con immagini frivole e false le coscienze dei giovani.

L'arte come imitazione di imitazione

C'è una critica ancora più radicale che Platone muove a ogni attività che mira a riprodurre la realtà, sia essa pittura, scultura o poesia. Platone parte dall'assunto fondamentale che l'arte sia imitazione o mimesi. Ma che cosa imita l'artista? Non la verità assoluta e perfetta, quale si trova nel mondo ideale, bensì la realtà sensibile. L'arte è dunque imitazione di imitazione, copia sbiadita e spesso deformante della realtà. Invece di spingere l'uomo verso le idee, dunque essa tende a trattenerlo nella dimensione del sensibile e in particolare dell'immaginazione, la facoltà che occupa il grado più passo nella scala gerachica della conoscenza.

L'arte risulta controproducente nella formazione dei filosofi, in quanto rappresenta una dimensione di sogno, di immagini fallaci, di conoscenze fugaci e ingannevoli che possono confondere e distrarre tanto più quanto maggiore è il loro fascino.
L'arte è dunque diseducativa, per un duplice motivo: innanzitutto propone in molti casi modelli non eticamente positivi; in secondo luogo allontana dal vero che risiede nel mondo ideale.

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