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La via della verità: l’essere



L’irruzione nell’ambito dell’indagine naturalistica greca del poema di Parmenide Sulla natura rappresenta senza dubbio un evento dirompente, destinato a modificare in maniera radicale i metodi e le forme della filosofia. L’opera coniuga due motivi apparentemente alternativi: il richiamo alla divinità, dalla quale l’autore attinge un sapere eccezionale e inaccessibile alla maggioranza degli uomini, e l’andamento puramente dimostrativo,caratterizzato dal ricorso a una logica stringente e ineluttabile. La tradizione ha conservato solo una ventina di frammenti, alcuni dei quali molto brevi, addirittura di una sola riga. La prima parte del poema, che si chiude proprio con i due frammenti7 e 8, è consacrata alla descrizione della “via della verità”, cioè dell’Essere. Infatti, in termini generali, il poema di Parmenide può essere interpretato come un grandioso tentativo di bandire il non essere dal discorso intorno alla realtà. Nella seconda parte, invece, Parmenide tenta di fornire una qualche giustificazione alle opinioni dei mortali, cioè della maggior parte degli uomini, il cui sapere è solo apparente e in realtà contraddittorio.

Il brano può essere suddiviso in quattro parti.
Secondo Parmenide asserire che “il non essere è” comporta una contraddizione intollerabile; il non essere pertanto va soppresso in ogni sua forma. Risultano allora illegittimi tutti quegli attributi o quegli stati che implicano un riferimento al non essere: la nascita (cioè il non essere ancora) e la morte (il non essere più); la composizione in parti (il non essere ciascuna parte le altre); il movimento e il divenire (che comportano cambiamento e dunque non essere più e non essere ancora); infine la stessa pluralità (che è pur sempre una forma di non essere, dato che ogni singola cosa non è un’altra). Rimane dunque un’unica via, quella dell’Essere, il quale ha certe caratteristiche (che escludono ogni possibile riferimento al non essere) (righe 5-8).
Nella terza parte (righe 8-30), il discorso di Parmenide sulle caratteristiche (i “segnali”) dell’Essere presenta un andamento fortemente consequenziale. Proviamo a riassumerlo. L’Essere è privo di nascita e di morte, ossia atemporale, immobile, vale a dire non soggetto a cambiamento né sul piano spaziale né su quello logico, assolutamente coeso, privo di parti, uno e continuo. La presenza di differenziazioni all’interno dell’Essere comporterebbe infatti l’ammissione di una qualche forma di non essere, perché ci sarebbero “parti” qualitativamente o quantitativamente differenziate, e dunque dotate di meno essere di altre. I segnali dell’Essere vengono pertanto ricavati attraverso un ragionamento rigoroso, che esclude ogni possibile riferimento al non essere (es. se l’Essere fosse generato, allora prima non sarebbe stato, dunque si ricadrebbe nel non essere. Ne consegue che l’Essere deve essere ingenerato).
Nell’ultima parte del brano (righe 31-36) Parmenide ricorre a un’immagine per aiutare il lettore a cogliere il senso profondo del suo ragionamento, condotto in precedenza secondo un rigido schema deduttivo.

Il testo di Parmenide unisce un linguaggio fortemente evocativo a un’argomentazione che abbiamo visto essere rigidamente consequenziale, almeno nella parte che in cui egli dimostra i “segnali” dell’essere a partire dalla non ammissibilità del non essere.
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