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Il metodo socratico

Di Socrate fu detto che "trasportò la filosofia dal cielo sulla terra", trasferendo la ricerca, dall'ordine divino del cosmo, alle più modeste dimensioni dell'uomo. In realtà qualcosa del genere avevano fatto, o stavano facendo, anche i sofisti. Anzi, gli stessi "naturalisti" che chiudono la filosofia detta "presocratica" tendevano a dissacrare quell'ordine cosmico che un tempo era stato sentito come divino. Socrate, al contrario, guarda all'uomo, ma per cercare in lui un universo più saldo degli atomi di Democrito, e più divino dell'ordinamento degli astri: un universo fatto non di cose che si vedano o si tocchino, ma di princìpi: soprattutto di princìpi morali.
"Conosci te stesso" era scritto sul frontone del tempio di Delfi. Socrate fece suo il motto: perché in noi, ben più che nelle cose, si trova ciò che può guidare la nostra vita. Ma con che metodo cercarlo, come stabilirlo su un fondamento sicuro?

Lo stesso oracolo di Delfi aveva proclamato Socrate il più sapiente tra tutti gli uomini. E la cosa aveva molto meravigliato Socrate, perché egli si rendeva ben conto di non possedere un patrimonio di conoscenze, e dubitava anche di quel poco che poteva congetturare. Ma poi Socrate pensò che, forse, appunto per questo l'oracolo lo aveva proclamato il più sapiente: per questa sua incertezza e non presunzione di sapere. Forse il vero non si può presumere di possederlo, senz'altro, come una scienza registrabile in formule e trasmissibile ad altri a guisa di un dato acquisito: il vero occorre, piuttosto, cercarlo pazientemente, e solo nella ricerca sperare di possederlo. E potrà perfino darsi che la ricerca non metta capo a un risultato definitivo: ma, se condotta bene, rivelerà in fondo ai nostri stessi errori un criterio inespresso di verità. Come potrei, infatti, rendermi conto di non esser nel vero, se non fossi in qualche modo in grado di distinguere il vero dal falso? Poniamo che si voglia sapere che cosa è il giusto. Socrate mette alla prova il proprio metodo, domandando che cosa sia il giusto al primo che presuma di saperlo. Questi dà una particolare definizione del giusto dicendo, ad esempio, che è giusto il non ingannare. Socrate osserva subito che, in guerra, è giusto ingannare i nemici. Quando l'interlocutore precisa che ingiusto è ingannare gli amici, Socrate ribatte che è giusto ingannare un amico per indurlo a bere un farmaco salutifero; e via di questo passo.
A tutta prima può sembrare che Socrate voglia dare un valore puramente relativo a tutto ciò che pensiamo: ma, guardando meglio, ci si avvede che egli vuole, al contrario, cercare un criterio assoluto della giustizia, e di tutto il resto. Senonché, appunto per essere assoluto, il criterio non deve rinchiudersi in una definizione, inevitabilmente parziale: occorre, piuttosto, che emerga via via attraverso varie definizioni, di per sé inadeguate, come quel principio che tutte hanno in comune, e che tutte guida e fonda; ma che, appunto perciò, non si lascia collocare entro una sola di esse.
Di qui il carattere paradossale dell'insegnamento di Socrate, che non solo non fissa nessuna dottrina, ma non vuole neppure fare discorsi in proprio: vuole soltanto interrogare, e dichiara di sapere una cosa sola: di non saper nulla. Di qui, in una parola, la celebre ironia socratica (da un termine greco che significa: "parlare nascondendo"). L'ironia aveva il compito di irritare (quasi intenzionalmente) l'interlocutore, messo in condizione di non capire subito che cosa ci fosse sotto, ma, al tempo stesso, ispirargli una salutare diffidenza per certe apparenti verità immediate, e indurlo a cercare un principio di verità più profondo di qualsiasi formula.
Parecchi dialoghi "socratici" di Platone mostrano conclusioni assurde, o improvvisi rovesciamenti di fronte o, più spesso, non portano a nessuna conclusione: ciò fa parte dell'ironia. Socrate non vuole mostrare che, sotto quei concetti che si indagano, non vi sia nulla di solido, bensì che ciò che vi è di solido non può ridursi a una astratta definizione. Perciò "parla coprendo": copre la verità con l'ironia, non per mero divertimento, ma perché la pretesa di scoprire la verità direttamente, di metterla davanti come un dato acquisito, scambierebbe per verità un'affermazione unilaterale e superficiale.

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