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Barbari e schiavi, «strumenti animati»

Ancora Aristotele, nella Politica, giustifica filosoficamente un'altra esclusione, oltre a quella femminile, dall'ambito umano: quella degli schiavi e dei barbari. Anche la giustificazione della schiavitù si fonda su un esame delle caratteristiche naturali dello schiavo e del barbaro, in base al quale viene legittimato il dominio sociale e politico che i greci liberi pretendono su di loro. Così come le donne, assicura Aristotele, anche gli schiavi possiedono la ragione solo nella misura sufficiente a ricevere ordini e ad eseguirli, e sono dunque «strumenti animati», come dimostrerebbero la loro costituzione fisica, differente da quella dell'uomo libero perché rozza e robusta, e l'uso improprio, perché "barbaro", cioè balbettante, della lingua (greca). Per Aristotele, lo schiavo si identifica con il barbaro; anzi, il filosofo si mostra etnocentricamente convinto che la funzione più propria dei barbari sia precisamente quella di sottomettersi come schiavi alla superiore umanità dei greci, i soli degni di essere liberi come cittadini nella società della polis e indipendenti come collettività nei rapporti con gli altri popoli, perché animali compiutamente razionali. Sulla base di questi fondamenti, il filosofo nega invece che sia legittimo condurre in schiavitù dei greci, come invece era accaduto e ancora accadeva nel corso delle ininterrotte guerre tra le diverse città elleniche. Complessivamente, Aristotele offre legittimazione teorica al modo di pensare ateniese, che le guerre contro i persiani (490 e 480-479 a.C.) avevano contribuito a consolidare, facendone un tratto distintivo di lungo periodo dell'identità culturale della polis attica.

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