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Quest’ultimo argomento riflette una rilevante svolta teorica, in quanto segna il superamento della identità e della non differenziazione — tipica del pensiero arcaico — fra la parola, il pensiero e la realtà. La realtà, il pensiero e la comunicazione linguistica sono per Gorgia su tre piani diversi: l’essere, la realtà concepita come assoluto, se anche esistesse e fosse pensabile, sarebbe indicibile. Il pensiero e il linguaggio hanno in sé le proprie regole, senza doverle ricavare in base a una presunta corrispondenza con la realtà. L’argomentazione razionale, come si è visto, può condurre a conclusioni diametralmente opposte, ma equivalenti tra loro, così come la parola può persuadere l’interlocutore a questa o quella tesi, sulla base del semplice potere di persuasione dell’oratore.
Queste tesi di Gorgia conducono ad un’unica conclusione: che la verità, in sé, cioè almeno come verità assoluta, come piena corrispondenza fra pensiero, parola e realtà, non esiste. Esiste invece la parola, il suo potere di persuasione e di incantamento, una tecnica del comunicare che si avvicina pericolosamente a quella del sedurre”. Una conclusione che i contemporanei di Gorgia vivranno in modo diverso: accettandola con entusiasmo o combattendola fieramente, ma che pure — dopo millenni — tende a riproporsi con inquietante, drammatica attualità.

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