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Dolore e contingenza


La sofferenza è vista come educatrice dell’uomo, soprattutto nella tragedia. Eschilo ci dona una prospettiva di valore duraturo, una legge di condizione umana in termini universali: soffrire per apprendere. Se il dolore rappresenta l’oggetto della tragedia, non lo si rappresenta però in quanto tale. Tragico diventa solo quando lo concepiamo in rapporto all’attività dell’uomo, conseguenza del conflitto tra volontà individuale e ordine universale. Individua il senso del limite. Se era spontaneo per i greci immaginare il mondo naturale come un cosmo ben strutturato, però rientra anche nella loro fede religiosa la convinzione che in questo mondo permanesse un ordine, quindi una giustizia immanente al divenire cosmico. Il dolore non è soltanto conseguenza necessaria di azioni passate, non è soltanto la punizione per atti commessi, ma è maestro per il futuro, un mezzo pedagogico nelle mani del dio, perché sollecita l’uomo a salvaguardarsi dai rischi della superbia e adeguarsi alle leggi del cosmo. Dolore che sollecita l’uomo continuamente all’autocoscienza (dei propri limiti) e la salvaguardia della facilmente fatale hybris di chi è felice. Il gioco di parole emathon epathon rimane legato a questo fondo di idee religiose e di visione del mondo cosmica che si ritrova sotto forme diverse in tutta la grande letteratura greca, che insegna all’uomo la sua instabilità di condizione di mortale, alla quale può istruirlo soltanto l’esperienza dolorosa. Insegnare all’uomo la contingenza e la misura che va rispettata e la dismisura che va evitata.
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