Mongo95 di Mongo95
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L’idea che il dolore possa far apprendere qualcosa all’uomo è antica, sarebbe invano cercare di fissare un momento preciso della sua comparsa. Tuttavia, descrivere l’apporto della sofferenza in termini di conoscenza e insegnamento è un appannaggio tipico della mentalità greca, che deve la sua nascita allo sviluppo del pensiero propriamente razionale e filosofico. Ad esempio Esiodo afferma che “Giustizia trionfa della dismisura quando la sua ora è venuta. Patendo lo sciocco comprende”. Si hanno dunque tre elementi: il rispetto della misura, con l’intervento della giustizia equilibratrice; la fedeltà alla giustizia in senso cosmico; la fuga dalla superbia. Il dolore ci insegna il rispetto della misura, implica la fedeltà alla giustizia e segna i limiti del superbo e dello sciocco. La sofferenza assegna questa attitudine allo sciocco.

Ma se il pensiero greco sembra aver tradotto assai presto la constatazione sull’utile che il dolore infligge all’uomo, c’è però una formula emblematica in questo senso: emathon epathon, appresi e patii. Aristotele stesso, in un frammento, afferma che gli iniziati devono apprendere solo a partire dal patire. Così come anche Platone nel Simposio: se non patirai non apprenderai. Ma anche le stesse favole di Esopo mostrano che i patimenti diventano elezioni per gli uomini. Paradigmatica anche la vicenda di Ulisse, che torna a Itaca dopo aver incarnato la lezione del patire, e solo dopo essa può tornare. La sventura insegna la necessità universale di accettare l’arbitrio divino che invia i suoi dolori. La suprema necessità, fato, cagione di dolori. Può essere ritardato o trattenuto, ma non può essere evitato.

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