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Concezione presocratica del dolore


Per trovare una esplicita trattazione del dolore nel pensiero greco occorre arrivare ad Epicuro, ma, ciò nonostante, una qualche accenno si ha anche nei presocratici, e in misura abbastanza ampia in Democrito.
Un primo pensatore in questo senso è Eraclito, che afferma la corporeità del dolore con utilità segnaletica, cioè indica all’animo che qualcosa non va nel nostro organismo, e per esplicitare tutto ciò Eraclito propone un esempio molto efficace [Frammento 67]: come il ragno stando nel mezzo della tela immediatamente avverte quando una mosca spezza qualche suo filo e così accorre celermente, quasi provasse dolore per la rottura del filo, così l’anima dell’uomo, ferita in qualche parte del corpo, vi accorre celermente, quasi non riesce a sopportare la ferita del corpo al quale è congiunta saldamente.
Empedocle specifica che noi nasciamo orientati al piacere e non al dolore, ogni essere vivente sfugge al dolore. Infatti scrive che, automaticamente, ogni essere vivente fugge dal dolore. Soltanto che, e qui si nota pessimismo, il dolore umano è un dato universale e insopprimibile, al punto tale che proprio in virtù e a causa di esso Empedocle designa la situazione dell’uomo come mortale e dalle molte sofferenze. Da un lato ogni essere vivente vorrebbe sfuggire al dolore e cercare il piacere, ma paradossalmente nonostante questo orientamento siamo destinati a soccombere travolti da un carico insopprimibile di dolore.
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