pexolo di pexolo
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Bello artistico


L’arte è una formazione spirituale, pertanto essa non può trovare nella natura il suo modello: escludere fin da subito il Bello naturale, significa deplatonizzare (deontologizzare) e dekantianizzare l’estetica. Il modello della produzione artistica non è rintracciabile nella vita della natura, caratterizzata dalla spontaneità, dal ciclico e dal ripetitivo, mentre quella dello Spirito è caratterizzata dalla riflessione: la vita dello Spirito è una tensione verso la filosofia, cioè verso una sintesi in cui lo Spirito si assolutizzerà. I passaggi evolutivi che hanno caratterizzato la storia umana sono stati condizionati, secondo Hegel, dal sapere: l’uomo smette di essere com’era opponendosi coscientemente (salto qualitativo: la storia umana è una «rivoluzione continua»), cioè compie un rovesciamento attraverso cui la coscienza, che non è più soddisfatta, si esaurisce e rovescia la situazione. Se esistesse il Bello naturale, allora abbiamo sempre imitato ciò che ci si poneva innanzi, ma se non c’è, allora non c’è nemmeno l’Uomo, come essenza: chi produce il Bello è a sua volta il prodotto della sua stessa produzione; l’uomo che “crea le cattedrali” è sostanzialmente diverso da quello che “crea le statue greche”, proprio perché ha compiuto un salto qualitativo. Lo stacco dal Bello naturale comporta l’intrinseca storicità dell’arte, che non significa limitarsi all’imitazione dell’uomo piuttosto che della natura, ma il continuo modificarsi dell’uomo nel modo in cui rappresenta esteticamente le cose (la modifica degli stili corrisponde alla modifica della rappresentazione che l’uomo ha di se stesso). Com’egli stesso afferma, l’aver escluso il Bello naturale dalla sua trattazione non è stata una scelta opzionale, «arbitraria», perché il Bello artistico è qualitativamente diverso e superiore (è un salto qualitativo; la bellezza artistica non si trova più in alto di quella naturale per una superiorità quantitativa ed esteriore, che le lascia sullo stesso piano, ma qualitativa: solamente lo Spirito è il vero, cosicché «tutto il bello è veramente bello solo in quanto partecipa di questa superiorità» ed è prodotto mediante essa»). Compito dell’arte dev’essere proprio il portare a consapevolezza, ad espressione, a manifestazione il Vero, lo Spirito, l’Idea, il Divino: con l’introduzione della parola “Vero” Hegel vuole sottolineare uno dei problemi classici dell’estetica, ovvero si chiede che senso abbia l’estetica se il bello si riconduce al vero; infatti, se fosse tale, essa diventerebbe una logica (in senso platonico e kantiano→bellezza aderente): se le cose fossero misurate in proporzione al fatto che esse siano veramente ciò che vogliono (idealmente) essere, allora l’arte si ridurrebbe ad una copia del modello ed il deviare da esso costituirebbe la non verità, l’errore. «La bellezza artistica è la bellezza generata e rigenerata dallo Spirito», che può esprimersi quindi anche in una forma nostalgica, come modello culturale (Grecia→in una prima fase corrispondeva allo Spirito, ma ora può anche non corrispondergli più). In fondo, Hegel non attribuisce all’arte un compito diverso da quello della religione e della filosofia, la differenza sta solo nel modo in cui questo compito viene svolto, ovvero l’intuizione sensibile (veicolo imperfetto; religione→rappresentazione; filosofia→concetto); «L’arte è spesso l’unica chiave per conoscere la religione di un popolo. Essa è il punto medio tra il puro pensiero, il mondo sovrasensibile, e l’immediato, il sentimento presente. L’arte ha in comune questa determinazione con la religione e la filosofia». Affinché i contenuti dello Spirito trovino espressione l’arte deve necessariamente morire, così da passare alla religione ed alla filosofia; «l’arte non è, sia rispetto alla forma che al contenuto, il modo supremo e assoluto di portare a conoscenza dello spirito i suoi veri interessi. Soltanto una certa sfera e un certo grado della verità sono capaci di essere mostrati nell’elemento dell’opera d’arte».
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